Tumori. Terra dei Fuochi, da Trani e Bisceglie è questione di pochi chilomentri

Trani.
Cava.
Tufare.

Da settimane gli sbuffi che fuoriescono da questo piccolo appezzamento di terra arriva in città. Ho visto le foto, i video dei colleghi. Sono andato sul posto. Dietro l’aria opaca c’è una cava abbandonata. Lastre di pietra raschiata, il fondo delle nostre origini. Ai geyser onnivori si arriva dopo un sentiero che costeggia una montagnetta di terra, di fronte alla vecchia discarica. Sotto cumuli di pietra, polvere e scarti, sta bruciando il male. Il suolo è spaccato, filato. Gli orli bruciano e sembrano bollire. Le esalazioni sono persistenti. Si dovrà coprire con della sabbia, si andrà a tappare la bocca dell’inferno, come accadde due anni fa. I rifiuti – non sappiamo con certezza di quale tipo – sono stati gettati proprio alla fine della strada. Perché le carogne non conoscono la fatica, hanno scaricato sulla prima discesa e coperto. Hanno nascosto la morte della terra nella terra.

Dicono che noi giovani siamo più attenti alle tematiche ambientali. Sarà perché abbiam visto ammalarsi parenti, amici, di malattie assurde. Bastarde. Schifose. Sarà che abbiam perso parenti, amici, divorati dall’interno.
Sarà che pensiamo che tutto nasce e torna alla terra.

Non so cosa ci sia lì sotto. Non so chi l’ha nascosta.

So solo che ho imparato a provare odio verso chi non conosco. Verso chi ha voluto il male della sua terra natale. Mi hanno sempre parlato della “pantera nera” di Salvatore Annacondia persa nelle campagne, la leggenda che serviva a tener lontano tutti dai suoi malaffari nelle periferie della città. In alcune udienze il pentito Annacondia, oggi tranquillo ristoratore, ha parlato di rifiuti tossici tombati nelle cave distribuite nell’agro butterato di Trani.
Non sappiamo dove, non sappiamo come. Ma credo che quella pantera si sia sciolta, sia squagliata come i copertoni degli autotreni nei quali impilava le persone che ha ucciso.
E se quelle dichiarazioni fossero vere, se davvero la criminalità ha disseminato di morte la nostra falda, quella pantera oggi sta fumando.

Provo odio, perché credo che questi fatti tocchino tutti.

A 150 passi dalla prima crepa fumante c’è un vigneto. Se l’aria non riuscite a percepirla, se credete che non sia roba vostra, pensate ad un singolo acino.

Provo odio perché chiunque si renda autore di gesti simili dovrebbe essere punito dalla giustizia con pene amare quanto amara è l’aria lì vicino.

Credo nella violenza delle parole, perché la violenza delle mani che potrebbe pure affascinarmi dinanzi a chi sversa un solo rifiuto è troppo facile. Credo nella violenza delle idee.

E mi piace pensare che tutti quelli coinvolti in vicende simili possano fregiarsi di un titolo, di un appellativo da portarsi sulla tomba:

“Un grande minchione”

DONATO DI CEGLIE

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