Caso Canonico: al tifoso quel che è del tifoso

La vicenda Canonico, il presidente della società sportiva “Bisceglie 1913” colpito con ingenerose e corali bestemmie nell’arena del calcio, ha contribuito a ribadire ancora una volta che così non va. Ci sono modi diversi, più “sportivi”, per esprimere il proprio dissenso. I modi violenti non possono essere condivisibili e tollerabili. Quale esempio si dà in tal modo alle eventuali famiglie che vogliono seguire una partita? Ad un bambino che realizza il suo sogno di entrare in uno stadio e si trova in mezzo alla folla inferocita? Lo sport, visto dalla gradinata o dalla tribuna, dev’essere divertimento, palpitazione, gioia se va in goal la propria squadra e applauso se va in goal l’avversario. Anche quando è difficile ingerire la “pillola”.

Detto questo non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono tifosi nel vero senso della parola, che si sacrificano per seguire la propria squadra del cuore, soprattutto economicamente (c’è da concordare i malumori sull’elevato costo dei biglietti).

Tifosi che hanno fatto la fortuna della squadra. Coi loro colori, rumori. Va dato merito. Senza l’incitamento del tifoso i calciatori, i ciclisti, gli atleti ecc. non avrebbero raggiunto gli stessi risultati. Traguardi, medaglie, entrate nella storia dello sport. Storia che per quanto riguarda Bisceglie (avendo io contribuito a ricostruirla in varie discipline e a pubblicarla nei libri) è stata davvero gloriosa. E deve continuare ad esserla. Non può e non deve annoverare notizie di nera. Gli scalmanati non possono fare la storia. Purtroppo lo stadio è, in miniatura, lo specchio del mondo esterno. Non c’è da meravigliarsi.

Può cambiare “veste” chi è fuori dalle regole all’esterno dello stadio? Difficilmente. Stesso discorso, cioè la ricerca di un dialogo, dev’essere alla base di tutti, presidente e calciatori, tifosi o semplici spettatori. Altrimenti perdiamo tutti e vince l’amarezza. Lo sport è anche solidarietà. Canonico ed una delegazione di tifosi si scambino un fiore ed una stretta di mano al centro del campo. E si riparta senza rancori. Anche perché avere la squadra cittadina a quei livelli è un miracolo. Il calcio ormai è un business. Tifare è un’illusione.

 

LUCA DE CEGLIA

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