Marcello Veneziani sul IV Novembre appena trascorso: funerale e battesimo

5 Novembre 2017 0 Di ladiretta1993

Nella memoria degli italiani il IV novembre fu allo stesso tempo un funerale, un battesimo e un matrimonio. Il funerale riguardò, come è tragicamente risaputo, le centinaia di migliaia di morti italiani, e i milioni di morti che riempirono le trincee e i fronti di mezza Europa.

Non riusciamo a separare, anche per la vicinanza con la ricorrenza dei morti, la fine della prima guerra mondiale con il grande funerale per i soldati caduti, le messe in suffragio, le cerimonie funebri in loro ricordo.

Ma il IV novembre segnò anche il matrimonio tra la nazione e il popolo, ovvero fu con la Vittoria che un popolo si sentì nazione, che gente del sud e del nord, contadini e borghesi, intellettuali e analfabeti, sentirono di appartenere a una stessa nazione.

Il Risorgimento non aveva ancora unito il popolo anche se aveva unito la nazione; le trincee di una guerra che coinvolse tutti gli italiani, sancirono l’appartenenza ad una stessa patria. Fu allora che nacque l’Italia come sentimento condiviso, come patria della gente e non di lorsignori, come partecipazione e non solo come istituzione.

Il IV novembre fu il battesimo di una nazione antica in epoca moderna, la conversione di un’identità plurale e convergente, di un sentimento unitario, di una lingua gloriosa e secolare in nazione.

Trattandosi di una data tutta italiana, il IV novembre non è l’occasione giusta per fare un bilancio complessivo di quella catastrofe mondiale da cui uscì un’Europa più debole, divisa e sventrata, preda dell’Urss e degli Usa, da cui uscì il bolscevismo vincente, e poi la frustrazione tedesca che portò al nazismo.

Il 4 novembre è data spiccatamente italiana legata a quel bollettino della Vittoria firmato Diaz (non pochi bambini nati allora furono chiamati Firmato, pensando che fosse il nome di Armando Diaz).

Vittoria Mutilata si disse, ricordando i mutilati reduci del fronte, ma soprattutto una vittoria che non ebbe pieno riconoscimento nelle aspirazioni legittime dell’Italia.

Una mezza frustrazione, aggravata dagli insulti e gli attacchi socialcomunisti, che spinse al fascismo. In partenza, la prima guerra mondiale ebbe un consenso di popolo decisamente inferiore rispetto alla seconda.

Fu la guerra voluta da una minoranza intellettuale, studentesca e borghese.

Eccitata dal “caldo bagno di sangue” a cui istigava Papini, dai discorsi infuocati di D’Annunzio e Marinetti, e dalle passioni esuberanti di una generazione. Come ha scritto Fussel, la prima guerra mondiale rese normale l’orrore e fu la catastrofe che diede inizio ai genocidi.

Fa male questa revisione storica a chi, come me, ha sempre nutrito sacro rispetto per i caduti di quella guerra (fra i quali alcuni familiari), a chi ha sempre difeso il loro sacrificio e la loro memoria e non intende rinunciarvi; a chi ha sempre coltivato una passione nazionale, se non a volte “nazionalista”, che si accompagnava a un sottile disprezzo per il partito neutralista, per i Giolitti e per il “Cagoja” Nitti.

Perfino Prezzolini diventava irritante quando scriveva nel 1920 che “a Vittorio Veneto non abbiamo vinto l’Austria, che era già in pezzi. Non fu una vittoria ma una ritirata”. Ma non è possibile coltivare l’innocenza della prima guerra mondiale, rispetto alla seconda: e non è possibile disconoscere che se Papa Benedetto XV ha avuto torto a definire quella guerra “un’inutile strage” ha avuto torto per difetto: quel massacro non fu inutile ma rovinoso.

Cambiò i destini del mondo e del secolo: nacque il novus ordo, scrisse Gioacchino Volpe ne “Il popolo italiano nella grande guerra”. A quell’ordine nuovo si rifecero comunismo e americanismo, fascismo e nazismo. La spinta originaria era abbattere i residui imperi autoritari del passato, le ultime vestigia del trono e dell’altare. E infatti ebbe un ruolo non marginale nell’interventismo la massoneria.

È ancora da scrivere il ruolo che ebbe la massoneria nell’interventismo italiano a fianco dei francesi e degli inglesi; l’ala che si staccò dal neutralismo socialista era quasi tutta legata alla massoneria: sindacalisti rivoluzionari come De Ambris e Olivetti, teorici del socialismo come Giuseppe Rensi.

Perfino i capitali che sostennero la nascita del Popolo d’Italia di Mussolini per perorare la causa dell’interventismo ebbero quella matrice.

Fu sconfitto il partito che sosteneva l’utilità di un nostro intervento a fianco degli Imperi, con la Germania; nella convinzione che l’Austria ci avrebbe ripagati con la cessione dei territori italiani ancora sotto il suo dominio.

Era questa la tesi allora sostenuta, ad esempio, dall’ambasciatore a Berlino, Riccardo Bollati, da Mario Missiroli e non sdegnata da Croce e da De Lollis (che poi, però partì per il fronte).

Un grande giornalista, scrittore e patriota, Vittorio G.Rossi, che aveva combattuto nella prima guerra mondiale raccontò dell’entrata in Trento e in Trieste: gli era stato insegnato che quelle città erano sotto il giogo soffocante del tiranno.

Ma quando giunse in quelle città con la passione ardente di italiano, confessa Rossi, non sentì odore di oscurantismo e tantomeno di barbarie: vide città fiorite nella cultura, nel buon gusto e nella civiltà.

Renato Serra, nel suo “Esame di coscienza di un letterato” annotò: “La guerra non migliora, non redime, non cancella, non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo che non conosce più la grazia”.

In un lettera dal fronte a Papini scriveva: “l’aspirazione più ricca era un po’ d’acqua o una caramella. Vita fanciullesca, assolutamente, se non si vedessero queste facce scavate e invecchiate”. Poi l’ultima sera le ultime righe del diario: “Esame di coscienza; triste. Si fa sera, tra le nuvole e la luna fresca”.

La mattina seguente, sotto il sole, Renato Serra cadde colpito alla fronte. Eroe svogliato di una guerra che riteneva inutile. Ma in quel sacrificio poi nacque a nuova vita l’Italia. Onore a chi si giocò la vita per consegnarla unita ai suoi smemorati posteri.

MV, Il Tempo 4 novembre 2017