Eroi, esempi di civiltà (di Luca De Ceglia)

25 Dicembre 2017 0 Di ladiretta1993

I miei auguri di Buon Natale quest’anno li dedico in particolare a tutti coloro che si sono distinti nei vari campi della Storia, che hanno compiuto straordinari e generosi atti di coraggio, talvolta rimettendoci la vita, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune. Si ha bisogno di esempi. Ne ho ricostruiti alcuni, emersi attraverso straordinarie ed entusiasmanti scoperte negli archivi e nei mercatini dell’usato. In questi giorni ho ricordato le gesta del brigadiere dei carabinieri Giovanni Del Conte, di 35 anni, travolto nel 1905 dal fiume in piena dell’alluvione a Bari dopo aver messo in salvo decine di persone. Ho fatto rileggere l’eroismo del ferroviere biscegliese Donato La Notte, che nel 1908 salvò quattro bambini che attraversarono il passaggio a livello, rimanendo impigliato al treno. Ho, inoltre, riesumato la tragica vicenda della guardia campestre biscegliese Emanuele Natale, biscegliese di 33 anni, ucciso in servizio durante la cattura di un pluriomicida nel 1933. A lui ora sarà dedicata una strada della sua città nativa. Anche gli emigrati sono stati eroi coraggiosi. In particolare voglio proiettare la commovente storia della famiglia Lo Russo che ho scoperto per caso ed approfondito tra i giornali d’epoca, l’anagrafe storica, le gazzette ufficiali.

21 luglio 1895: naufragio del piroscafo Maria Pia
IL SOGNO DEI LO RUSSO COLÒ A PICCO

L’anno 1863 portò a Bisceglie il suono delle campane dalla torre dell’orologio pubblico. I rintocchi dei bronzi suonarono per la prima volta nell’estesa e polverosa piazza detta Palazzuolo. Fu una festa di popolo, sobria, con sorrisi ed abbracci. I cittadini d’ogni età, a gruppi, scesero nella strada per applaudire quel segnale di progresso che, di colpo, grazie all’attivo sindaco Giuseppe Monterisi, rianimò la sonnacchiosa ed intellettualmente pigra terra biscegliese.

Si visse, in quel giorno, una sensazione collettiva di gioia mai provata. Era come se le preoccupazioni e l’indigenza, i frequenti abbandoni di neonati, le epidemie e qualche delinquente di troppo, fossero stati di colpo cancellati ed il tempo avesse iniziato a girare da zero, da un’epoca nuova. Quel suono ridondante echeggiò tra i vicoli del borgo dirimpettaio ed ebbe, certamente, l’effetto della novità. La realtà sociale ed economica, tuttavia, era ben altra, aspra, e si divideva tra il ceto nobile e quello povero.

La torre del “tic tac” faceva compagnia all’asilo infantile “regina Margherita di Savoia”, con le sue regole di accesso ed interne molto austere. Tempo e istruzione erano ormai un binomio imprescindibile, importante per il progresso. L’orologio iniziò così a scandire la vita quotidiana della comunità cittadina, nell’ampio largo attraversato da pochi carretti e da qualche carrozza di persona facoltosa. In quel luogo di incontri spesso si respirava il profumo dei limoni che fiorivano nel vicino cortile in via San Martino. La calura estiva ormai declinava verso un venticello settembrino più godibile e le escursioni sulle spiagge erano destinate ad essere archiviate nell’album dei ricordi più rari, più belli.

Lucia, energica titolare del grande lido balneare architettato con palizzate di legno nel porto di Bisceglie, si riparava dal sole con un ombrellino bianco finemente ricamato e, quando ne avvertiva l’esigenza, si sporgeva dalle rampe rivolte al mare, sollevava con attenzione il lungo “vestito da bagno” e si rinfrescava, immergendo i piedi nell’acqua di salsedine. In riva al mare, dalla Conca dei Monaci al porto senza divieto di balneazione, si trascorrevano alcune ore tranquille e spensierate. Gli operai agricoli erano già occupati nel faticoso lavoro di acinellatura sotto i vigneti, per caricare e far partire a catena, dal binario merci, vagoni colmi di cassette di uva da tavola diretti in terra tedesca.

L’esportazione di frutta e verdura era fiorente, anzi leader nel circondario. Tuttavia l’andamento della campagna di uva era vincolato alle condizioni climatiche che non sempre erano favorevoli e, quindi, non era, dunque, sufficiente per reggere l’economia dei nuclei familiari sempre più prolifici. Balenava nella testa di molti l’idea di mollare tutto, di varcare i confini dell’Italia e di recarsi all’estero, laddove, per sentito dire, per trovare un lavoro era più facile ed i salari erano più ragguardevoli. Ci si trovava a decidere, armarsi di coraggio: lasciare tutto, affetti ed amici, e partire. Al contrario, continuare a sopportare gli stenti senza intravedere un futuro migliore per i giovanetti.
In una vicina e modesta casa a piano terra, ubicata nel rione che gravitava intorno alla chiesa di San Lorenzo, viveva la famiglia dei coniugi Lo Russo, con cinque figli a carico di tenera età. Vivevano basandosi sui lavori saltuari del capofamiglia, tra le difficoltà di un nucleo famigliare numeroso. Sempre, insomma, sul filo. Nell’Italia meridionale si “sognava” una vita diversa, più agiata. Fare fortuna altrove, insomma. E dove se non all’estero? Il progetto di sbarcare in America maturò anche per Pasquale Lo Russo, muratore di 56 anni di Bisceglie, e fu condiviso dai figli e da sua moglie Nunzia Papagni.

Nel 1895 a far rabbrividire i pochi lettori che potevano permettersi il lusso di acquistare un giornale fu il racconto del responsabile sanitario del porto di Genova, Vittorio Cantù, che tracciò un “quadro” impietoso di ciò che accadeva in quei giorni: “Chiusi nel fetidume della stiva di bordo un fiume di zappaterra, lustrascarpe e poveri cristi. Sguardo senza luce e scialle sul capo, li accerchiano una miriade di valigie di cartone strette con i legacci di spago. Un formicaio umano, un garbuglio di cenci: non somigliano a conquistatori ma a una massa di disgraziati uniti dal sottile filo di seta della sorte. Hanno nomi e cognomi italici e sono analfabeti.

Un’angosciante fioritura di odissee da passar al setaccio istoriografico di una singola lente di ingrandimento; un arcipelago di microstorie ramificate con l’artiglio della miseria, della disoccupazione e dell’usura. Mollo gli ancoraggi e prendo il largo. L’impressione di disgustosa ripugnanza che si riceve scendendo in una stiva dove hanno dormito gli emigranti è tale che provata una volta non si dimentica più.[…]. Il guaio è che della nostra emigrazione si fa un ignobile monopolio per trarre dal quale il maggior profitto possibile si adibisce pel trasporto materiale scadente, quasicchè gli emigranti fossero merce infima”.

A Bisceglie il 21 luglio 1895 si andò alle urne elettorali, dalle quali uscì vincente verso la carica di sindaco Pantaleo Monterisi, che si distinse nella storia per l’istituzione dell’Asilo di Mendicità. Al largo di La Spezia, invece, faceva caldo in quella notte del 21 luglio 1895. Erano l’1,30, il cielo era sereno, il mare appena increspato. A bordo della nave a vapore Maria Pia, salpata da Napoli, vi erano 173 passeggeri, più i 17 componenti l’equipaggio. Era sovraffollata di meridionali che si erano imbarcati per andare in cerca di fortuna. Tra loro c’era anche Pasquale Lo Russo, muratore di 56 anni di Bisceglie, con i suoi figli Francesco di 18 anni, Giovanni di 14, Graziella di 13 e Paolina di 11. Ad attendere notizie quanto prima del suo congiunto e della sua prole a Bisceglie rimase sua moglie Nunzia Papagni, con la piccola Maria di 7 anni, a curare le poche cose che avevano. Poi, quasi certamente, li avrebbe raggiunti. Ma i Lo Russo non toccarono mai la terra brasiliana. La grande imbarcazione Maria Pia (circa 300 tonnellate di stazza), sulla quale viaggiavano, andò a collidere col piroscafo Ortigia. Nell’incidente il capofamiglia Pasquale annegò con i suoi figli Francesco, Graziella e Paolina nel mar Ligure.

La nave Maria Pia, degli armatori Marini e Bricchetto, colò a picco nel giro di pochi minuti. Si salvò, per miracolo, il quarto secondogenito Giovanni, recuperato dalle scialuppe dell’Ortigia durante i soccorsi con altri 43 naufraghi. Nell’affondamento morirono 153 persone, in gran parte di giovane età. Molti di loro dormivano. Si videro scene strazianti: il fuochista della Maria Pia, Giuseppe Borgatti, afferrò una ragazza di due anni che poi morì a bordo dell’Ortigia. Suo padre, Emilio Balena, orefice di Napoli, si recava in Brasile con 25,000 lire, insieme alla moglie ed ai suoi tre figli.

Egli si gettò in mare con due figli sotto al braccio e la moglie si lanciò con il terzo figlio e riuscirono ad aggrapparsi ad un legno. Ma l’orefice riuscì a salvare solo sua moglie ed un figlio. L’elenco delle vittime del grave sinistro fu riportato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 177 del 29 luglio 1895. Tra loro fecero la medesima triste fine 3 viaggiatori di una stessa famiglia di Barletta: Maria Castellano di 37 anni (moglie di Ruggiero Caputo, comandante del piroscafo Dauno della società Puglia), sua figlia di appena 4 mesi e sua madre. Al comando della Maria Pia, a cui fu attribuita una manovra sbagliata, c’era il capitano in seconda Giuseppe d’Angelo, siciliano, che perì nella tragedia.

Il capitano titolare Prospero Mortola era rimasto a terra in permesso e la sua assenza era stata colmata dal capitano quarantenne Sante Ferrari nativo di Lerici, che nel momento della collisione pare stesse dormendo. All’altezza dell’isola di Tino (La Spezia), il timoniere del Maria Pia, Francesco Novella, avvistò il fanale dell’Ortigia ed avvertì il comandante d’Angelo che, forse ingannato dalla distanza, rispose: “Va bene, continuate la rotta”. Quando le due imbarcazioni furono ad una cinquantina di metri l’una dall’altra, non si potè fare più nulla per evitare il disastro. L’Ortigia, al comando di Antonio Crucciani urtò contro l’albero di mezzana della Maria Pia, squarciandolo. Il mare era agitato, il tempo sereno, senza luna. Il Maria Pia, come un cavallo ferito, si drizzò, mentre l’acqua con muggito funereo penetrava per lo squarcio. Dopo tre minuti rimase inghiottita nel gorgo immenso. I passeggeri dormivano tutti, per modo che moltissimi annegarono nelle loro stesse cabine.

Una cinquantina fra essi riuscì a gettarsi in mare. Nel luogo della sciagura, ad 11 miglia dall’isola di Tino, i corpi dei Lo Russo non furono più recuperati e non tornarono più a Bisceglie. Eccetto il piccolo superstite Giovanni che tornò a riabbracciare la mamma, sprofondata in un immane dolore. La fuga dalla miseria ed i sogni di Pasquale e famiglia furono soffocati dalle acque del mare. E dall’avverso destino.

LUCA DE CEGLIA