Foibe, il biscegliese Veneziani: «Il coraggio di citare i sicari, furono i comunisti»

“Abbiate l’onesto coraggio di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze”. In vista del Giorno del Ricordo, che ricorre domani, Marcello Veneziani rivolge una “raccomandazione” alle “autorità”, perché abbiano “l’onesto coraggio” di dire quello che quel massacro fu davvero, citandone apertamente i “sicari”, che “furono i comunisti“. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe”, aggiunge Veneziani.

Per il giornalista, che all’argomento dedica un lungo articolo su La Verità dal titolo “Parlate di Foibe? Dite la parola comunismo”, il Giorno del Ricordo “è l’ultima commemorazione dedicata all’amor patrio istituita nel nostro Paese”, e va preservata dal “calendario dell’oblio” e dalla “indecorosa semiclandestinità” in cui sono finite tutte le altre ricorrenze nazionali. “Le foibe – prosegue Veneziani – finirono nell’omertà sin da quando furono perpetrate. Perché tiravano in ballo le responsabilità del Pci e dei partigiani rossi nei massacri; incrinavano il rapporto con la vicina Yugoslavia di Tito; c’era il tabù della cortina di ferro e non si dovevano sfrucugliare gli assetti stabiliti”. “Furono per decenni – ricorda – il ricordo atroce di una minoranza di profughi e il ricordo polemico di una minoranza di ‘patrioti’, in prevalenza legati al vecchio Movimento sociale italiano e ai monarchici. Infine fu ufficializzato il suo ricordo con l’istituzione della giornata”.

Rifiutando la “pretesa assurda e meschina di bilanciare con il Giorno del Ricordo la Giornata della memoria” e di svolgere “odiosi paragoni contabili”, Veneziani è comunque costretto a mettere a paragone le due ricorrenze, ricordando che “per ogni ricordo delle foibe ci sono 100 ricordi istituzionali e mediatici della Shoah“. Lo fa perché, al di là dei numeri che sono “imparagonabili”, “l’orrore delle foibe assume grande rilievo, numericamente più rilevante della stessa Shoah, se è inteso come un capitolo nostrano degli orrori perpetrati del comunismo nel mondo, che si contano – come scrisse Stéphane Courtois – in 80 milioni di vittime, in gran parte non in tempo di guerra”.

Veneziani invita, quindi, a non rimuovere la verità storica e a mettere da parte lo “Scurdammoce o’ passato” che sembra essere il nostro “unico inno nazionale”. Per questo rivolge la sua “raccomandazione alle autorità per la giornata di domani”. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe. Non fu semplicemente – sottolinea – il frutto di una guerra tra odii nazionalistici. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani, che sposarono – come scrissero in un documento infame dell’epoca – la tattica delle foibe“.

“Abbiate l’onesto coraggio – sono le parole di Veneziani alle autorità – di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze. È come se nella Giornata della Memoria non fosse mai citato il nazismo ma ce la prendessimo con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nell’invasione della Polonia e poi nella caccia e lo sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole dello sterminio e va citato per nome: il nazismo per la Shoa e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Lo sterminio degli italiani nelle foibe e la loro espulsione-espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista; la guerra di classe dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi; la guerra etnica contro gli italiani. Non saltate i due precedenti passaggi e abbiate l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti“ (fonte secolo d’italia). “Il nazionalismo – avverte Veneziani – in questo caso c’entra assai meno. Tant’è vero che collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani, i quali si sentivano prima di tutto comunisti. E solo dopo, ma molto dopo, italiani. Per senso storico e carità di patria – conclude Veneziani nel suo articolo su La Verità – teniamo a mente che i carnefici del passato non hanno eredi”.

 

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