Nell’anniversario della tragedia del Vajont, il ricordo di un biscegliese che salvò vite umane

Esattamente 56 anni fa e nell’ora esatta delle 22.39 in cui da qualche anno l’attore Marco Paolini ricorda l’evento con la sua performance di teatro civile, una frana nel monte Toc fece scivolare una enorme quantità di roccia nella diga artificiale del Vajont al confine tra Friuli e Veneto facendo esondare milioni di metri cubi di acqua. La valle sottostante fu sommersa e alcuni paesi furono letteralmente cancellati. Il bilancio finale fu di 1917 morti.

Una tragedia che dal 1963 ha assunto numerosi significati, non solo in ordine alla follia dell’uomo di modificare gli assetti della natura. Il Vajont è anche il simbolo della scienza e della tecnica che si piega agli interessi economici passando sopra vite umane ed è il simbolo anche di come un’inchiesta giornalistica svolta allora da Tina Merlin de L’Unità e che raccontava i pericoli legati a quella mastodontica opera pubblica, venisse osteggiata in tutti i modi per occultare una verità che si manifestò nella sua forma più devastante.

I soccorritori che intervennero per prestare aiuto erano prevalentemente militari. Tra questi c’era anche un biscegliese, il caporale Giacomo Leuci, allora caporale nel 5° Reggimento Genio Corpo d’Armata di stanza a Udine. Quella esperienza, Leuci la raccontò anni fa al collega Luca De Ceglia per la Gazzetta del Mezzogiorno.

Un racconto toccante di momenti terribili che non potranno mai più essere dimenticati. «Con le lunghe aste uncinate si recuperavano e trasportavano sulla zattera i corpi gonfi e senza vita -raccontò Leuci-, ma ogni volta che suonava la sirena scappavamo con il tremolio nelle gambe verso l’accampamento e il pensiero dei miei cari a Bisceglie non mi abbandonava. Poi ci fu detto di non cadere in acqua perché non si escludeva che fosse inquinata dalla naftalina prodotta da un’industria nei pressi di Longarone, dove rimase in piedi un campanile».

Proprio nei giorni scorsi ci è tornato su il figlio Giovanni che sottolinea: «Mio padre, insieme con la sua squadra, riuscì a salvare la vita ad una bambina».

Proprio qualche anno fa, Giacomo Leuci è stato invitato dal Primo Cittadino di Longarone a presiedere la cerimonia commemorativa di quel maledetto disastro che portò alla morte quasi duemila persone, numero che si sarebbe elevato se eroi come il nostro Giacomo non fossero intervenuti in soccorso agli abitanti del posto.

«Purtroppo, mio padre non potè andarci a Longarone, per un grave problema di salute», racconta Giovanni.

Il ricordo di quella esperienza ha forse reso più forte lo spirito di Giacomo Leuci che ha combattuto recentemente la battaglia contro un cancro da cui sta uscendo vincitore.

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