La denuncia: il “parto spontaneo” secondo le Ostetriche dell’Ospedale di Bisceglie

La denuncia: il “parto spontaneo” secondo le Ostetriche dell’Ospedale di Bisceglie

5 Settembre 2020 9 Di ladiretta1993

Una lettrice de “La Diretta 1993” scrive alla Redazione a proposito della sua esperienza di partoriente all’Ospedale di Bisceglie in periodo di pandemia Covid. Pubblichiamo di seguito la lettera, dichiarandoci disponibili ad ospitare eventuali repliche, in considerazione delle numerose citazioni delle disposizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nascere al tempo del Covid incrementa la violenza ostetrica.
Nascere al tempo del covid richiede molto più coraggio del normale.
Nascere nel 2020 non è semplice né per il neonato, né per la sua mamma perché si è privati della presenza del papà/marito, ossia la persona che è stata accanto h24 durante la gravidanza.
Nascere al tempo del covid significa cercare disperatamente un ospedale che possa garantire la presenza del papà/marito durante il travaglio (troppe pretese!) o almeno durante il parto.
Nascere al tempo del Covid è la scusa adatta per il personale ospedaliero che fa il proprio lavoro senza passione o umanità per accelerare ogni tempistica, senza alcuna motivazione, approfittando dell’assenza del marito.

Nascere presso l’ospedale di Bisceglie (non solo al tempo del covid, secondo numerose testimonianze), significa:

– Sentirsi dire “non serve a niente” quando si presenta il piano del parto. Definire inutile qualcosa che l’OMS in un documento stilato nel 1985, ha dichiarato: <<La donna incinta e che sta per partorire, HA IL DIRITTO di essere informata sul tipo di assistenza che le viene offerta e fare le sue valutazioni, ma anche di pianificarla con l’equipe medica-ostetrica. La donna ha il diritto di esprimere le proprie volontà in merito all’assistenza in travaglio, durante il parto e il ricovero in ospedale, rifiutando procedure mediche e/o ostetriche effettuate di “routine” o per “protocolli”. >>
– Sentirsi dire continuamente: “lo vuoi far nascere questo bambino?” ; “stai qui da troppo tempo” ; “signora fai come vuoi”; ancora e sempre più spesso “lo vuoi far nascere questo bambino?”;
– Sentirsi dire, senza alcun tipo di sofferenza fetale: “beh, ora rompiamo noi le membrane, tanto questo bambino prima o poi deve nascere”. Eppure l’OMS raccomanda “la rottura artificiale delle membrane, fatta di routine, non ha nessuna giustificazione scientifica. L’amnioressi va eseguita solo quando ci si trova davanti a casi specifici come quelli di sofferenza fetale, che richiedono di accelerare i tempi della nascita, per evitare di mettere a rischio la vita del bambino. Ogni donna deve quindi essere al corrente che la rottura artificiale delle acque non è una pratica che va eseguita per consuetudine, anche se non comporta rischi né per la mamma né per suo figlio, ma solo quando si verificano determinate condizioni che portano a questa necessità.”
– E ancora: “Se lo vuoi far nascere ci dobbiamo dare una mossa!”;
– Trovare l’ostetrica stizzita per la conoscenza della partoriente (beh, una persona ha nove mesi per informarsi sul suo giorno più importante!);
– Oltre l’ostetrica sgarbata, sentir dire da una delle due ginecologhe impazienti: “stiamo qui da troppo tempo, dobbiamo aiutare la signora.” “L’ aiutino”. Il bambino sta bene, ma c’è tanta fretta. Mamma e bambino ce l’avrebbero fatta da soli. Anche perché in quella stanza affollata si è comunque soli, con personale sanitario del genere. Quindi, niente, donna ignorata. Anestesia, episiotomia.
– All’improvviso, trovare una delle due ginecologhe sulla pancia. È chiaro che arrivando la manovra di Kristeller, ovviamente non richiesta e , se solo avessero letto il piano del parto, avrebbero saputo che non dovevano farla. [“Anche se è tutt’oggi molto utilizzata, spesso anche nei casi di non urgenza, tale manovra non è esente da rischi tanto che in molti stati europei è vietata dalla legge (es. Inghilterra). Si stima che in Italia venga applicata nelle sale parto come manovra di routine nel 50% dei casi”];
– “Ma lo vuoi far nascere questo bambino?” Ancora una volta.
– In un quadro del genere, in cui nulla di ciò che è stato richiesto è stato rispettato, marito fuori ad attendere. Ovviamente se fosse entrato al momento giusto, avrebbe visto trattamenti fisici e psicologici disumani;
– Bimbo non poggiato sul petto, contrariamente a quanto richiesto;
– In fase di allattamento, ancora sulla scomodissima sedia in sala parto, chiedere aiuto per sollevarsi e sentirsi dire “signora sei così informata e non sai come si allatta?”;
– Sperare di non vedere quelle facce per il resto della degenza. E invece no. Già mentre c’è il rientro in camera, la prima ginecologa guarda e con tono quasi minaccioso afferma urlando : “signora, si ricordi che il suo è stato un parto spontaneo!!!”. Beh, a me tutto è sembrato tranne spontaneo.

Ecco, partorire all’ospedale di Bisceglie è l’esempio di ciò che significa il termine “VIOLENZA OSTETRICA”.

MARIANGELA AMORUSO