Tra Iconoclasti e vecchi Satrapi, la politica è una cosa seria

Tempo fa ricordavo a qualche “sprovveduto” che la politica è una cosa seria. Non si scherza. La gestione gli interessi pubblici va affidata a personalità autorevoli, credibili, competenti. Non conta di quale area politica essi siano. Ciò che conta è la capacità di guidare i processi della pubblica amministrazione. Il vero politico si confronta con la stampa, ne subisce a volte la legittima invadenza, e se capace, appunto, ne sa cogliere le opportunità che questa può offrire. Purtroppo, come in tutte le attività della vita, anche in politica si incontrano gli avventurieri.

A Bisceglie, sulle liste per le amministrative di due anni e mezzo fa, gli elettori hanno trovato numerosi esponenti della cosiddetta società civile e cioè rappresentanti del mondo delle associazioni, delle professioni, della comunicazione, dell’imprenditoria,. L’impegno politico è consentito dalla legge ed è quindi legittimo, ci mancherebbe. Non solo, in molti casi è anche un fattore positivo e di vitalità della società. Il ricorso ad esponenti esterni alla politica tradizionale, però, è un sintomo di decadenza. Si cerca di far fronte alla sfiducia generata negli ultimi mesi attraverso l’immobilismo della macchina amministrativa cittadina sempre più distante dalla popolazione che in un momento particolare come quello che stiamo vivendo, mal tollera le logiche politiche e partitiche che ha portato alla guida della città personaggi poco pratici a relazionarsi con la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione della città e la direzione della vita pubblica; ossia le normei principîle regole del buon governo. Il problema è che nella stragrande maggioranza dei casi questi pseudo politici rimarranno mere ed anonime testimonianze. La politica è una cosa seria, non si può immaginare che basti essere un ottimo imprenditore, un giornalista con la schiena dritta, uno sportivo che ha collezionato trofei, per diventare automaticamente un amministratore capace. Come spesso accade, per avere una risposta bisogna dare uno sguardo alla storia. Se guardiamo alle biografie di chi ha fatto l’Italia, poi la Repubblica, ed infine le città con la loro storia ci accorgiamo che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di figure che dell’impegno politico hanno fatto la loro vita. Max Weber li definirebbe con disprezzo ”politici di professione’’, gente ”che non ha mai lavorato un giorno nella propria vita’’.

La politica, invece, è un lavoro. Un lavoro che può essere praticato in modo sporco, per interessi personali, oppure alto e nobile. Roberto Benigni, nel suo monologo sulla Costituzione italiana, ha brillantemente e comprensibilmente illustrato quali risultati può produrre la politica.

È di buona politica, dunque, che abbiamo bisogno. Di una politica che si confronti, anche duramente, su idee e progetti, su valori e programmi. La stagione di iconoclasti e vecchi satrapi, per la nostra città deve apparire solo come una parentesi, probabilmente necessaria, ma solo una parentesi. Sarebbe preferibile che a ”scendere in campo” siano coloro che, giovani o meno giovani, abbiano una militanza alle spalle, l’impegno nelle amministrazioni locali, ma soprattutto amore verso la città e non vocazione verso cementificazioni e disagio per la popolazione.

Rifugiandosi tra le tribù di pāsdārān che oggi affollano l’agone politico cittadino, invece, i partiti non fanno altro che abdicare al loro compito, dichiarando, di fatto, l’incapacità ad occuparsene in prima persona ed alimentando quel qualunquismo che rischia di fare più danni di un virus.

Va bene, diciamo pure che la politica ha significato, riesce ad andare oltre la riproduzione di sé stessa, solo se è capace di interpretare ciò che avviene nella società, a definire le regole e le scelte più utili al suo sviluppo, a offrire luoghi e spazi nei quali i cittadini possano confrontarsi sulla base delle loro specifiche idee, esperienze, convinzioni.

Ma una volta che l’abbiamo detto siamo davvero sicuri che la crisi di legittimità che investe la politica possa essere letta, interpretata, risolta, a partire dalla contrapposizione tra cittadini e politica, tra società civile e non da attori da “Circo Barnum”? Io no. Come Guccini in “Canzone di notte n. 2” non mi lego a questa schiera. E perché così si perdono di vista le responsabilità dei cittadini la “società civile” e il rapporto familistico e amorale che hanno stabilito con le classi dirigenti, fenomeno questo sì tipicamente nostrano. Vogliamo fare un tuffo nel passato? E facciamolo. L’epilogo della Repubblica Partenopea del 1799 spinge Vincenzo Cuoco a scrivere che, per essere davvero tale, “una rivoluzione deve rappresentare un bisogno e non un dono”. Solo un popolo consapevole può scegliere la via della responsabilità e della partecipazione, solo così il cambiamento può avere un carattere duraturo. Duecentoventi anni dopo è Bauman a spiegare perché in una società frantumata e individualizzata come quella attuale le scelte delle singole persone diventano sempre più rilevanti e la teoria sociale deve per questo imparare a definire anche queste azioni e scelte individuali come “politica”. Adesso non venite a dirmi che gli argomenti di Cuoco e Bauman stanno proprio bene assieme perché sfondate una porta aperta. Aggiungo anzi che è complicato dare senso compiuto al ragionamento se non si introduce una terza variabile, quella che si riferisce all’effettiva incidenza che scelte e azioni individuali hanno nell’ambito dello spazio pubblico. Per me funziona un po’ come con le capacitazioni del filosofo indiano Amartya Kumar Sen, nel senso che non basta avere a disposizione determinate opportunità, bisogna essere nelle condizioni di poterle concretamente cogliere. Nell’ambito della polis è questa capacità di contribuire alla definizione delle scelte pubbliche, questa possibilità di incidere su di esse, ciò che in definitiva ci può far sentire, in quanto individui, cittadini, agenti partecipanti, persone con un forte senso civico piuttosto che velleitari Don Chisciotte. In pratica quanto più è alta la percezione di questo coefficiente di incidenza tanto più l’impegno individuale ha senso. Il grande Totò direbbe che è la somma che fa il totale. A me basta ribadire che la possibilità – capacità di incidere sulle scelte pubbliche, di sentirci a pieno titolo cittadini è legata all’assunzione di una responsabilità non dal basso, come siamo soliti dire, ma dall’alto del nostro essere cittadini, anche quando siam chiamati a selezionare, formare e promuovere le classi dirigenti.

Buona politica a tutti.

Pasquale Stipo

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