Storie di Internati militari biscegliesi

di Antonello Rustico,

presidente sez. Michele D’Addato Anpi Bisceglie

 

Classe 1924, Giuseppe Papagni ci accoglie nella sua casa, in via Abate Bruni, sorridente. Mi accompagna l’ing. Pietro Preziosa, anche lui figlio di un internato militare (IMI), Francesco Preziosa. Entrambi hanno ricevuto la medaglia d’onore, lo scorso 2 giugno, dal prefetto di Barletta per il riconoscimento di quest’“altra resistenza”, come fu definita da un altro IMI molto noto in Italia, Alessandro Natta, segretario del Partito Comunista Italiano dopo il partigiano Luigi Longo.

Giuseppe Papagni era diciannovenne quando, il 22 agosto del 1943, è partito dalla stazione di Barletta per il servizio militare: destinazione Acqui Terme, provincia di Alessandria, in Piemonte, al deposito del secondo Reggimento artiglieria di Corpo d’Armata, dove giunse il 27 agosto.

Non passano che un paio di settimane quando arriva la notizia dell’Armistizio. Questo significherà l’inizio di una drammatica avventura che vedrà coinvolti in Italia circa 650.000 soldati.

Infatti, il 9 settembre la sua caserma fu circondata dai tedeschi che, al diniego di partecipare al loro fianco, lo “caricarono” sul treno diretto in uno dei tanti campi di lavoro coatto creati proprio per i soldati italiani che rifiutavano di collaborare militarmente alla guerra al fianco dei nazifascisti.

Iniziò così il suo “lavoro”. Destinazione fu un campo ubicato a Iserlohn nella regione del Palatinato settentrionale/Vestfalia. Il sig. Papagni fu destinato a un grande stabilimento metalmeccanico a Menden, a pochi chilometri dal campo. Ci racconta che lavoravano circa 2000 persone con una grande varietà di nazionalità: italiani, jugoslavi e russi.

Le giornate erano scandite da un duro lavoro. I ricordi di quel periodo sono un po’ sbiaditi, ma alcune cose in modo particolare gli sovvengono in modo chiaro, come per esempio il cibo razionato ma presente, una vivibilità al limite del decente ma dignitosa e dopo circa sei mesi, quando passarono allo status di civili, rammenta di una paghetta che gli consentiva di comprare qualche bibita e del pane la domenica, unico giorno di riposo.

I soldati tedeschi apostrofavano gli italiani con l’epiteto di Badogliani. Il Papagni ricorda di aver ricevuto anche un invito a lasciare lo status di lavoratore coatto e di lottare con i tedeschi. Ma lui rifiutò e preferì restare lì nel campo con gli altri italiani sino alla desiderata liberazione.

Ovviamente ci racconta che spesso si completava la cena andando nei campi a “rubare patate o carote” disperse nei terreni o sottraendo altro cibo dal magazzino della fabbrica. La lingua rappresentava un grande ostacolo, ma una parola la ricorda ancora oggi: essen che in tedesco significa mangiare, esigenza primaria e fondamentale in quella circostanza.

Ripercorrendo il foglio matricolare, la sua permanenza finirà con la liberazione da parte degli americani del campo di lavoro. Rammenta la Croce Rossa con i pacchi di viveri e i circa 30 gg. di permanenza prima del rimpatrio avvenuto in camion e poi in treno e terminato a Barletta il 28 agosto del 1945.

La semplicità di Giuseppe Papagni e il modo con il quale ancora ricorda alcuni particolari è sorprendente, come la punizione ricevuta per non aver compreso un ordine in tedesco, ma in generale le sue condizioni di salute, vista anche la giovane età, erano buone. In quei due anni non ebbe malattie o ferite e le condizioni in fabbrica erano certamente migliori di altri lavori all’esterno, al freddo o vessati dai soldati di turno.

Al ritorno in patria, non ricorda una calda accoglienza da parte dei propri concittadini. Infatti, testimoniato da più parti, questi nostri soldati internati spesso venivano tacciati di “imboscati” dai partigiani e traditori dai “fascisti” per non aver accettato di lottare al loro fianco nella neonata Repubblica fantoccio di Salò.

Tardivo ma importante è il riconoscimento di queste “storie” che hanno trovato una vera e svolta nella legge 296 del 27 dicembre del 2006 durante la presidenza Ciampi e Governo Prodi bis. Riconoscimento confermato poi dalle ricerche seguite, subito dopo il 2006.

Anche il nostro concittadino Giuseppe Papagni non ha sempre raccontato questi episodi, il lavoro coatto e il sacrificio per aver detto NO alle lusinghe nazifasciste. Per questo lo ringraziamo e gli diamo appuntamento alla presentazione di un importante libro sugli IMI proprio a Bisceglie alla manifestazione dei Libri nel Borgo antico, a fine agosto.

Perché è importante ricordare ma è dovere capire cosa sia stata quella pagina così nera della nostra storia di italiani, oggi liberi e antifascisti grazie anche a loro. Grazie Giuseppe a perpetua memoria!!!

A noi, biscegliesi, dunque, il compito di mantenere viva la memoria di queste testimonianze audaci e, gli IMI, persone che alla proposta di aggregarsi alle fila dei nazifascisti coraggiosamente rifiutarono pagandone le conseguenze. Compito che possiamo svolgere leggendo innanzitutto il libro del prof. Roberto Tarantino, presidente provinciale Anpi Bat, e prof. Pati Luceri, “Deportati, internati militari, partigiani e vittime della vendetta tedesca nella provincia Bat” (il volume è reperibile presso la sezione Anpi di Bisceglie oppure presso le Vecchie Segherie-Mondadori o ancora presso la libreria Prendi Luna). In questo libro sono censite 517 persone, di cui l’80% deportati nei lager e di questi il 19% morirono. Il 15% furono partigiani e il 5% patrioti.

Invitiamo tutti coloro che sono a conoscenza di storie simili di nostri concittadini a contattarci (anpi.bisceglie.bat@gmail.com).



Antonello Rustico
Presidente Sezione ANPI “Michele D’Addato”
Bisceglie (BT)

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