Schiaparelli life a Monopoli, lo spettacolo diretto da Carlo Bruni

È il Teatro Radar di Monopoli ad accogliere sabato alle 21,00 e domenica alle 18,00, lo spettacolo Schiapparelli Life, con Nunzia Antonino e Marco Grossi regia di Carlo Bruni, dedicato ad una fra le più grandi stiliste di tutti i tempi (biglietti e informazioni su www.teatridibari.it).  Fra il 1953 e il ’54, Elsa Schiaparelli, a poco più di sessant’anni, decide di concludere il proprio itinerario artistico e professionale pubblicando un’autobiografia che già nel titolo ne riassume l’intensità: Shocking life. Nata a Roma in una famiglia colta e ricca di talenti, protagonista fra le due guerre di quella rivoluzione del costume che avrebbe ispirato molte generazioni future, amica e collaboratrice di artisti come Dalì, Cocteau, Duchamps, Sartre, dopo aver vestito Katharine Hepburn, Lauren Bacall, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Elsa decide che quel “nuovo” mondo non la riguarda più e lo lascia, ritirandosi a vita privata. Ed è questo “passaggio” che racconta SCHIAPARELLI life, lo spettacolo che dopo il debutto al Napoli Teatro Festival e la lunga forzata sospensione, sta raccogliendo una felice serie di sold out in regione. La formazione pugliese, sostenuta da due storiche strutture piemontesi, Casa degli Alfieri e Teatro di Dioniso, si avvale per questo lavoro del contributo della scrittrice Eleonora Mazzoni, per evocare la figura di un’artista che ha rifondato l’idea stessa di bellezza, invitando le donne a osare, a essere creative e uniche: ad allontanandosi dai condizionamenti esterni e ad avere coraggio. Di grande fascino e impatto emotivo, lo spettacolo è una preziosa occasione per conoscere la vita, le sorprendenti intuizioni, ma anche le fatiche e i dolori di una donna che ha saputo difendere sino alla fine la sua libertà..

testo    Eleonora Mazzoni

adattamento e regia Carlo Bruni

scena Maurizio Agostinetto

luci Giuseppe Pesce e Tea Primiterra

immagini in movimento Bea Mazzone

assistenza tecnica Walter Todisco e

service audio/luci Lucidiscena

una produzione Casa degli Alfieri – Teatro di Dioniso con la collaborazione di sistemaGaribaldi e Linea d’Onda

 

note di regia Carlo Bruni

Per un paio d’anni, sul primo isolato di via Garruba a Bari, hanno tenuto il loro fantastico bazar Atelier 1900, Luciano Lapadula e Vito Antonio Lerario. Esperti di storia della moda e stilisti, sono stati loro a farci conoscere Elsa ed è con loro che abbiamo incominciato il percorso verso il quarto ritratto femminile del nostro più repertorio (prossimo al debutto il quinto dedicato a Lucrezia Borgia). Per questa produzione, oltre alla collaborazione di un fotografo e scenografo, Maurizio Agostinetto, ci è sembrata felice la disponibilità di Eleonora Mazzoni, scrittrice, che, condividendo l’impresa, ci ha assistiti nella redazione del testo. L’attore Marco Grossi e la cartoonist Beatrice Mazzone hanno infine completato il gruppo dedito alla creazione.

Elsa Schiaparelli (1890-1973) è stata una grande stilista italiana e una delle più influenti figure nella moda del Novecento. Più vicina all’arte che all’artigianato, è diventata famosa alla fine degli anni 20 del secolo scorso, quando ancora nella società dominava lo sfarzo decorativo di superficie e quel “consumo ostentativo” della ricchezza di cui gli uomini del ceto alto investivano le mogli.

Elsa partecipò da protagonista a quella rivoluzione del costume, degli stili di vita, del relazionarsi tra i sessi che ancora oggi influenza le nostre esistenze e l’idea stessa di bellezza, creando un nuovo modello femminile e contribuendo all’emancipazione delle donne. E se la coeva nonché rivale Chanel le liberò fisicamente dai corsetti e dalle guaine che le ingabbiavano da secoli, promuovendo con il suo stile sobrio e comodo la naturale mobilità del loro corpo, Elsa le liberò mentalmente.

La sua idea di bellezza non è mai ovvia, è audace e sfrontata, fuori norma, visto che la norma, come tutte le categorizzazioni, è arbitraria ed è semplicemente la media che la società trova accettabile.
La Schiaparelli chiese alle donne di osare, di essere creative e uniche. Le invitò a conoscere se stesse, allontanandosi dai condizionamenti esterni. Ad avere coraggio. E in effetti ci voleva coraggio per indossare un cappello che era una scarpa girata al contrario! Però chi lo dice che se un oggetto ha la forma di una scarpa, bisogna metterselo per forza ai piedi? Il significato delle cose non è forse dato dalle convenzioni a cui siamo abituati? Elsa sfidò queste convenzioni e invece che ai piedi, la scarpa se la mise, appunto, in testa. Collaborò con artisti come Dalì, Cocteau, Aragon, Ray, Clair, Duchamps, Sartre, vestì stelle del cinema: da Katharine Hepburn a Lauren Bacall, da Marlene Dietrich a Mae West. Più surrealista dei surrealisti, fece emergere il mondo nascosto dei sogni e dell’inconscio, lanciando miriadi di novità. Così nacquero gli impermeabili per la sera e i lucchetti per gli abiti. Insieme a Dalì ideò il cappotto a forma di scrivania, con i cassetti, ispirato a uno dei suoi famosi quadri.
Il vestito lungo con dipinta un’aragosta, circondata da ciuffi di prezzemolo. Il vestito lacrime, di seta chiaro, con strappi rosa e rossi come se fosse carne viva.
Il tailleur nero con tasche rifinite da bocche rosse, che sembravano organi genitali femminili.
Il cappello nero col tacco di velluto rosa shocking che svettava come una piccola colonna. Come un fallo.
Utilizzò materiali nuovi come il tweed, il tessuto escorce d’arbre, le fibre artificiali. Il cellophane. La paglia. Persino il vetro.
E poi le zip. Zip che si vedevano. Di colori diversi dagli abiti.
Posizionate in luoghi inconsueti. Quelle zip che in Italia il fascismo vietava, chiamandole “chiusure adulterio”, ecco, lei le metteva anche negli abiti da sera.
La moda era per lei un atto politico.

Il nostro lavoro, che intitoliamo SCHIAPARELLI LIFE, intercetta Elsa nell’ultimo periodo della sua vita, quando, chiusa la maison, recuperata, per così dire, una dimensione famigliare, redigerà la propria autobiografia.
Traendo spunto da un suo reale rapporto con due “governanti”, la nostra azione mette in relazione Elsa con un “maggiordomo” impegnato nell’assisterla e di volta in volta: nemico, complice, infermiere, servo, figlio… figlia.

In compagnia forse soltanto di un fantasma o di una proiezione della solitudine, Elsa ripercorre la sua vita, quando, da poco finita la prima guerra mondiale e ancora lontana la seconda, aveva l’impressione che tutto fosse possibile, e che potesse bastare il talento e l’impegno per vivere liberi e felici.
Rievoca i suoi successi professionali, le sue intuizioni, la sua arte, la sua idea di bellezza, ma anche le fatiche dell’inizio, il prezzo pagato per l’ambita libertà e le scelte dolorose. Lei che, abbandonata dal marito mentre era incinta, ha fatto crescere la sua unica figlia (Gogo), poliomielitica, in collegi rinomati ma lontani, accettando lunghe separazioni per poter continuare a lavorare. Sottraendoci a un indirizzo meramente narrativo, puntiamo all’evocazione del carattere e della storia della Schiaparelli attraverso l’esercizio di una relazione inventata: intima ma non intimista; concreta ma non naturalista.
Consapevoli della difficoltà che comporta l’uso dell’immagine, il lavoro comprende una componente visuale, non didascalica, concepita come espansione del sorprendente immaginario di quest’artista.

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