Due Consigli Comunali senza numero legale, Ricchiuti: sistema premia chi raccoglie consensi a pezzi

Per due sedute consecutive il consiglio comunale di Bisceglie non ha raggiunto il numero legale. Banchi semivuoti, atti urgenti rinviati di qualche giorno come se il tempo della città fosse una variabile trascurabile. Il Partito Democratico ha lasciato la maggioranza, alcuni consiglieri sono passati di fatto all’opposizione, assessori rimasti senza un seggio a rappresentarli. È l’immagine di un’amministrazione a fine corsa, ma sarebbe un errore leggerla solo come la crisi di un sindaco. È la crisi di un metodo.

Quella frammentazione che oggi svuota l’aula è la stessa che tre anni fa aveva vinto le elezioni. Decine di liste, centinaia di candidati, un voto polverizzato in mille rivoli: un sistema che premia chi raccoglie consenso a pezzi e poi, puntualmente, non riesce a tenerlo insieme. Perché un consenso costruito sulla somma di micro-interessi personali diventa, il giorno dopo, una somma di micro-ricatti. Chi entra per visibilità non resta per responsabilità.

Per questo l’appuntamento elettorale che si avvicina chiede alle coalizioni politiche— di centrosinistra e di centrodestra — un salto di maturità che finora nessuno ha avuto il coraggio di compiere.

Da una parte, chi ha amministrato deve avere l’onestà di indicare con chiarezza chi ritiene debba dare continuità a quel lavoro: un nome, non una nebulosa. Dall’altra, chi vuole rappresentare l’alternativa deve presentarsi con una proposta davvero nuova, non con il riciclo degli stessi volti sotto simboli diversi. La richiesta, in entrambi i casi, è la stessa: due, al massimo tre candidati sindaci, ciascuno espressione reale della sintesi politica di una coalizione. Non mille aspiranti consiglieri divisi in micro-liste che servono soltanto come merce di scambio.

Da trent’anni chiamiamo “civismo” ciò che troppo spesso è stato solo un veicolo di visibilità personale, privo di qualsiasi programmazione strutturale per il territorio: un’etichetta nobile usata per coprire l’assenza di un’idea di città. Ma fare politica è un carico, non una vetrina. Chi sceglie di portarlo deve farlo con coraggio, oppure restare a casa. Non c’è disonore nel non candidarsi; c’è disonore nel candidarsi solo per esistere.

I cittadini chiedono chiarezza, non l’accozzaglia confusa di queste settimane. Da decine di aspiranti sindaci e migliaia di aspiranti consiglieri non può che nascere il livello più basso possibile: di candidati, e di politica.

Ed è qui che la posta in gioco diventa concreta. Se la politica non avrà il coraggio di queste scelte, la città non avrà una guida autorevole — e l’autorevolezza non è un vezzo, è ciò che dà sicurezza ai cittadini ed è il vero motore di un piano straordinario sulla sicurezza e sullo sviluppo economico, i due pilastri su cui si fonda il vivere civile. Se il sindaco o la sindaca che verrà sarà l’ennesimo parto di alchimie, ripescaggi e accordi, anche l’azione amministrativa nascerà già segnata: lenta, incerta, involutiva.

Servono pochi nomi, idee chiare e qualcuno disposto anche a perdere, piuttosto che vincere male.

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