Morte 18enne Quagliarella: Non è il mare fuori, non è una fiction
Non è il mare fuori, non è una fiction.
Non c’è niente di più atroce per un genitore della perdita di un figlio, di un ragazzo di 18 anni, ucciso da un altro ragazzo, un coetaneo. E in questo non esistono genitori di serie A e di serie b, quando accade resta lo strazio, e non contano neppure gli errori o gli sbagli o le disattenzioni, a quelli si penserà dopo, quando un figlio muore, la tragedia ha un solo ed unico colore nero. E’ un buco nero.
E un figlio che muore, così giovane, nell’ospedale di Bisceglie ed un altro in un carcere minorile, sono la testimonianza senza appello di un fallimento, un totale fallimento.
E’ difficile parlare di questo nel giorno dell’Assunta, nel giorno della festa, Madre che guarda
il tempo vestito al mattino, scoperto il colore, ma non quel segreto, è di un figlio capite, che corre che ride, è il sole che torna.
Lo hanno scritto il Sindaco di Andria come madre e il Sindaco di Trani come un padre che dopo ore di silenzio, di fronte ad un divampare di reciproche accuse è dovuto intervenire per riportare tutti alla dignità del dolore e al richiamo all’esigenza di dare risposte, certo complesse, almeno provarci.
C’è una parola così ripetutamente richiamata, la sento ripetere continuamente, ognuno a suo modo ed è così barbaramente male utilizzata e svalutata quale è “il rispetto”, ma quale rispetto poi? Quello di fare violenza, distruggere, offendere, manipolare? Il richiamo alla parola “dignità” dell’essere umano, della sua irripetibile esistenza, della sua ragione nel reciproco sostegno, può aprire un varco e uno spiraglio di luce. Ma oggi è difficile parlare di un giorno di festa, perché non lo è.
Ci sono giorni più difficili degli altri, e questo è uno di questi, quando la risposta più giusta non sarebbe la sola riflessione, ma fermare tutto, fermare ogni manifestazione pubblica, fermare e strappare ogni foglio di discorsi già scritti e gridare “basta”, così non può andare avanti. E cominciare ad agire. E non far finta che la cosa non ci riguardi.
Forse i giovani capirebbero che li abbiamo visti ed ascoltati e forse le nostre responsabilità sarebbero più gravose ma più autentiche e vere e forse ci porterebbero a capire quello che è necessario fare. E’ inutile fare tanti convegni, tanta teoria, se poi non si fa nulla per accendere una luce in un parco, rendere più sicura una strada, fare in modo che si faccia sport, insegnare ai ragazzi cento parole in più, perché queste sì, aprono un mondo, e non si sia sempre incollati a scrollare le immagini di un telefonino.
Perché ci sono tanti ragazzi che non escono più di casa, questo bisogna dirlo. Perché?
E magari ascoltare, tutti i segnali che ci sono stati inviati e che non abbiamo saputo vedere od intercettare. E cominciare a ribellarsi all’epoca della distrazione di massa.
E magari cominciare a chiedersi cosa fa mio figlio di notte davanti ad un distributore h24, perché lui che ha quindici anni frequenta ragazzi di vent’anni e più, perché un ragazzo di 14 anni continua a fare schiamazzi alle tre di notte quando la gente dorme e risponde in maniera maleducata, da quando manco ad un colloquio a scuola, e credo che a 10 anni invece di continuare a parlare con gli amici avrei dovuto richiamarlo e dirgli che non si calpestano i fiori in un giardino. E pulire anche le cacate dei cani piuttosto che imprecare verso chi ti fa notare che quella è una strada pubblica.
E magari cominciare a chiedersi anche qualcosa in più, perché questi ragazzi portano con sé i coltelli, da chi devono difendersi, di chi hanno paura, cosa vogliono affermare o fermare? Da chi sono avvicinati, da chi sono intimoriti, chi stanno frequentando.
Il gruppo è la loro dimensione, a quell’età è stato quasi sempre così, perdere il gruppo è come ritrovarsi nella più completa solitudine, perché non hanno più ( o sono deboli ) la famiglia, la scuola, l’oratorio, la caserma, le associazioni, gli assistenti sociali, qualcuno che li ascolti e gli dica di no se necessario. Dove sono ? Cosa aspettarsi dal punto di vista educativo ?
E dove sono le difese, gli anticorpi, mentre vorresti annegare ogni incertezza, dubbio ed insicurezza magari buttando dentro di te ogni veleno?
E parlando di servizi sociali sarà forse sfuggito, ma non credo, visto che tutte le relazioni sono tutte dello stesso tenore, che per gli adolescenti che si avvicinano alla maggiore età non ci sono servizi ed iniziative degne di questo nome?
Qualcuno inoltre ha aggiunto che è tutta colpa di Sodoma e Gomorra e del Mare Fuori, ma questo è l’effetto e non la causa.
E magari vorrei chiedere di essere meno falsamente perbenisti perché la notte delle Stelle i ragazzi hanno sempre trasgredito, a quell’età si è sempre un po’ ribelli verso qualcosa o qualcuno, poi il salto di qualità c’è stato quando hanno cominciato a sfasciare le cose, quando nessuno li ha fermati. E hanno cominciato a pensare che potevano lasciare ogni monnezza senza raccoglierla in quanto nel codice del gruppo era una cosa che dovevano fare solo i genitori o magari gli anziani, sarebbe stato come perdere la loro immagine, l’educazione che diventa disvalore e debolezza. Questo sì che è il mondo fuori.
Occorrerà pur qualcuno che cominci a dire che la festa è finita, che questo non è il paese dei balocchi, che far finta che i problemi esistono da un’altra parte ma non da noi è un’emerita stupidaggine. Non puoi vestirti di bianco se è nero o grigio o venderti questa cosa qui. E che non sarà il gruppo a salvarti se sei su una strada sbagliata e che non devi dimostrare niente se non la tua dignità di ragazzo, ragazza che solo con lo studio e il lavoro o un mestiere, l’amicizia sincera, la semplicità dei gesti e non il trash dei vestiti e non le scorciatoie che portano veleno può conquistare il suo sacrosanto diritto di essere al mondo, perché solo con la dignità si ottiene rispetto, il resto è destinato a svanire come il peggiore degli incubi.
E in tutto questo dov’è la notizia? Che tutto questo accade nel nostro mondo, non è da un’altra parte, e noi ci siamo dentro.
Luigi Carlo Rocco