Attenzione! Il Cimitero chiude

Vi è qualche biscegliese che una sola volta nella vita non ha sentito questo avviso scandito da un altoparlante gracchiante posizionato nel nostro cimitero, alzasse la mano. Che il cimitero cittadino versasse in una situazione critica lo sapevamo un po’ tutti, non è una novità, anzi. Bisceglie: città che dorme.

Niente risveglia Bisceglie dal coma profondo in cui è piombata. Dalle catacombe non arrivano notizie confortanti. Nel frattempo, la vita è sempre più complicata.

L’unica paradossale e fantastica notizia del risveglio in una  città sonnambula, si specchia nello sguardo di persone attonite di come stiano andando le cose in questa città che sta soffrendo un irreversibile periodo di immobilità. La città non riesce ad aprire le sue pupille pietrificate nel buio di una cripta.  Anche il Cimitero, celebre architettura ottocentesca, è finita suo malgrado sui giornali, nella diceria dell’oltretomba, per uno scatto che la ritrae il suo degrado. Fenomeno surreale, per un luogo che dovrebbe essere un giardino dove i trapassati a miglior vita, dovrebbero in qualche modo godere la pace eterna. Poveri defunti, passati nell’istante di un respiro dalla vita, all’eternità di ciò che non possono in qualche modo contestare il luogo vituperato dall’abbandono e dall’incuria.

Poveri noi che abbiamo provato un sussulto, una scossa elettrica, mediati da coriaceo stupore difensivo, nell’apprendere che l’ultima dimora non viene curata. La storia della dimora eterna si spegne come una fiammella. Viene  soffocata nei fondali dell’anima irrazionale. La “svolta” che ha promesso tante cose è, ovviamente, un’illusione ottica. Una metafora inutilizzabile. Stiamo vivendo un sonnambulismo, un vizio che scambiamo per virtù, nel nostro consueto dormire a occhi spalancati, nel sonno dinamico che ci consente di scavalcare macerie e corpi, mettendo a tacere i conati dell’indignazione. E’ la sopravvivenza al minimo sindacale garantita ai biscegliesi: dormire, per non vedere. Non guardare, per non soffrire. Procedere con gli occhi serrati, per non immaginare di meglio. Non hanno luce i nostri occhi, né la cercano. Sono puntini neri dipinti sulla corteccia di burattini che siamo diventati, noi, imbalsamati, disperati e soddisfatti. Biscegliesi, morti e contenti. In piena (in)coscienza. E non c’è contraddizione.

La morte civile della città sonnambula non è un modo di dire, è uno stato di catatonia individuale e generale. Chiunque, in qualunque parte del mondo segnata a dito sulla cartina geografica, aprirebbe gli occhi per cominciare un percorso di rinnovamento, per demolire il brutto, sottraendosi all’alibi della lamentazione, proprio perché il brutto non ci dà più scampo, invade le case, dai marciapiedi. Né è più sufficiente lo scudo di chi proclama: “Io non sto a Bisceglie. Io sto a casa mia”. Non siamo fatti per la fatica, per i mattoni sollevati a spalla, per la luminosità di una cittadinanza rinascimentale. Ci vuole un condottiero-capro espiatorio a cui affidarsi, sapendo che per fortuna fallirà, uno che regali perline colorate, mentre si prepara il gran finale in cui sta scritto che siamo immutabili. A sipario chiuso, si leverà un ronf ronf di sollievo, dalla platea di dormienti. Conviviamo con l’orrore e con la felicità del disastro. Il sonnambulismo è una disgrazia, ma è pure l’antidoto contro pericolosi sintomi di  una vivacità che ci obblighi a fare i conti nel modo giusto. Hai visto mai che si cambi rotta sul serio, che secoli di autocannibalismo siano sostituiti dalla misura di una buona amministrazione, in grado di pensare rivoluzioni sensate, non rivolte senza capo né coda?

La politica cittadina è funzionale alla proclamazione del naufragio, a confermare Bisceglie come luogo della decadenza: è questa la sicurezza che pretendiamo, nello spazio del cuore nascosto, sotto il cuore di superficie che mente a se stesso, lì, nel posto della vergogna. Dove non c’è una città, non ci sono cittadini, né doveri, né obblighi. Non ci sono neanche i diritti. Ci sono i furbi che si giustificano con lo stato di necessità. E’ una categoria generosa, quella dei furbi. Si accettano le iscrizioni di tutti, soprattutto degli ex duri e puri.

Da condottiero a condottiero, da fante a fante, da sottogoverno a sottogoverno, Bisceglie non cambia. Si compiace della sua sporcizia, del suo caos, della sua degradazione. Possono cambiare parole, promesse e trucchi. Può cambiare l’abilità del prestigiatore pro tempore sulla scena. Ma Bisceglie non cambia. E’ una catacomba gigantesca, senza un filo d’aria. I morti viventi che la abitano non hanno l’istinto di socchiudere mezza palpebra. I cammini si confondono nelle ripetizioni, nell’eco di altri cammini egualmente destinati alla sconfitta e alla sua rassegnata accettazione. La reiterazione obbligata della speranza ha il pallore di un trapasso. Il suono di sottofondo che invita alla lotta, alla battaglia per la legalità, alla sacra crociata, appartiene alla ruggine di un registratore rotto. Non è soltanto la politica, l’inutile e retorica politica, la mano che stringe il cappio.
La favola di una palingenesi impossibile si celebra perché garantita dall’indifferenza delle orecchie che ascoltano c hi lo sa quale musica, noncuranti del senso. La puntura di spillo della coscienza dura un attimo. Prestiamo fede alle bugie, ai santissimi salvatori, ai ciarlatani, ai miracoli subito smentiti, ai tanti  Capi e Capetti altri soggetti dell’oltretomba   non si sa se per impartire benedizioni o anatemi dall’alto di un campanile. Perfino  i Protettori di questa città hanno abdicato e non ci proteggono più dalla peste.

La morte civile, compiuta, di Bisceglie è narrata dalla cronaca abitudinaria, di atti delinquenziali: eppure, neanche la decimazione antropologica di questi individui provoca l’ingresso di aria fresca nella cripta. Per uno scarafaggio schiacciato ce ne sono altri dieci, partoriti dal fango e dall’immondizia.

Il sonnambulismo è spiegato benissimo dal contesto omertoso. Sporcizia ingoiata e digerita. Non un comitato spontaneo, non un cenno di rabbia, non un moto cittadino di protesta e di richiesta di buon governo e di buona cittadinanza. Nemmeno un corteo con la gente di quartiere, indifferenza che è corollario della morte civile.

Ma non c’è bisogno di citare episodi eclatanti. Questa città cade a pezzi, per quanto si volga lo sguardo altrove. E’ defunta nella sua quotidianità. Sporca. Priva di servizi elementari. Intasata. Spogliata del più flebile anelito di riscatto. Preda di personaggi che dettano legge, corroborati da protervia e arroganza, senza che alcuno osi frapporsi tra costoro e come si dovrebbe gestire una comunità. Provate a gironzolare con la macchina, un martedì a caso, zona di palazzoni borghesi. Provateci e scoprirete che non si può passare. C’è il mercato a invadere le carreggiate del quartiere. I residenti non escono. I forestieri non entrano. Ci sono i vigili, ma sono pochi. E c’è un assessore? E c’è un sindaco? E c’è chi può meglio organizzare un’area mercatale? Il quartiere Seminario, nei suoi martedì, subisce un provvedimento di custodia cautelare. In ogni paesello italiano scoppierebbe un’insurrezione, per sottrazione di suolo pubblico. Da noi no. Accettiamo il fa(t)to. Chiniamo la testa. Siamo sonnambuli. Dormiamo. Bisceglie sonnecchia in custodia cautelare, con le manette ai polsi, tra i negozi con le saracinesche calate e un plumbeo annuncio di tracollo.

E che raccontare di quello che doveva essere il salotto buono della città? Il lungomare, simbolo dei simboli, al culmine della stagione estiva? La strada che costeggia il mare sarebbe un forziere di bellezza, dappertutto, non qui. La martoriata litoranea è assediata dall’incuria, dalla munnezza. Il mare si conserva intatto, con una magia che non sappiamo amare abbastanza, fino ai primi giorni di luglio e per tutto settembre. Nel resto della stagione assume una tonalità inquietante, un colorito ambiguo. Molti sono gli esperti che si autoconvocano al capezzale dell’acqua marcia. Variabilmente sentenziano, ma ciò ha poca importanza. E’ invece importante che il biscegliese si senta rassicurato nel suo calvario estivo, che ricominci a tuffarsi, senza il disagio di onde stranamente pulite. E’ importante che le spiagge, ridotte a campo di sterminio della bellezza, diano il consueto colpo d’occhio desolante. E’ importante sapere di essere a casa, a Bisceglie, la città sporca e invivibile, dove basta dormire o vagare da sonnambuli per adattarsi. Il sonnambulismo è l’arte che si impara per campare, guai a metterla da parte.

Nel frattempo, i condottieri pro tempore non intervengono. Non intervengono sulle poche aree verdi della città, non intervengono sui marciapiedi veri percorsi di guerra. Tutto viene contrabbandato come una svolta epocale, una gemma di educazione, un diadema di civiltà. E’ proprio quello che ci voleva: infedele Biscegliesauro sei, se non lo capisci da te, in via di estinzione. La neo-lingua politichese della finzione tramite comunicato autorizza ogni paradosso. L’ordalia termina con un gioioso comunicatone finale in cui appunto si comunica che – certo, ma chi l’avrebbe mai pensato – c’è qualche criticità. Dunque si rimanda la soluzione del problema, scontentando i cittadini che non hanno mai capito l’origine di tale, gratuita sofferenza. Non è nulla, siamo solo un laboratorio dove si svolgono esperimenti. “Scusate”, e in calce alla devastazione, nel cuore nascosto della cripta di Bisceglie, nessuno apre gli occhi. Nessuno ha uno sguardo che non sia sonnambulo. Nessuno si affaccia oltre le grate della prigione che lo avviluppa per respirare un po’. Dormi tranquilla il sonno dei bambini per sempre. Dormi e non svegliarti, tanto c’è la voce gracchiante dell’altoparlante che dice: “Attenzione: il cimitero chiude”.

 

PASQUALE STIPO

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