Foibe ed esodo, basta con le polemiche ideologiche. Un’intervista a Jan Bernas

Foibe ed esodo, basta con le polemiche ideologiche. Un’intervista a Jan Bernas

17 Febbraio 2020 0 Di Vincenzo Arena

Ieri è stata inaugurata a Bisceglie una targa in onore del nostro concittadino Antonio Papagni, “vittima delle foibe”. Apprezzabile iniziativa dell’Amministrazione comunale per tenere aperto il dibattito su Esodo e Foibe.

Su questi temi, anche dalla nostre parti, si sono combattute troppo spesso e per troppo tempo battaglie di basso rango ideologico che hanno ridotto una vicenda storica, complessissima e drammatica per il nostro Paese, ad un becero pretesto di scontro fra opposte fazioni.

Ripropongo, per dare un contributo laico e spero equilibrato di approfondimento sulle vicende degli italiani infoibati e costretti all’esodo nelle terre del nordest fra il 1943 e il 1947, una mia intervista del 2014 a Jan Bernas, autore del Magazzino 18 di Cristicchi. Opera che ha avuto un merito indiscutibile: portare all’attenzione del grande pubblico il dramma delle foibe e dell’esodo dei giuliano-dalmati. Un risultato che nessun’altra iniziativa artistica o di onesta memoria storica, nel passato recente, è riuscita a raggiungere.

Dottor Bernas, nel 2010 pubblica con Mursia “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”. Il titolo del suo libro-inchiesta sull`esodo dei Giuliano-Dalmati denuncia subito l`equivoco in cui tanta storiografia sembra cadere nell`approcciare queste vicende. Foibe ed esodo, dal 1943 al 1947, furono risultato di una vendetta contro l`italianizzazione forzata fascista o una pulizia etnica a tutti gli effetti dei comunisti Titini contro gli italiani?

Non è possibile fornire una risposta univoca a questa domanda. Furono entrambe le cose. Non è possibile dare una interpretazione storica con gli schemi del bianco e del nero. Foibe ed esodo dei giuliano-dalmati sono state un momento tragico in una tragedia più grande, la Seconda Guerra Mondiale. E’ innegabile storicamente il tentativo nazionalista di Tito di annettere quelle terre di confine, ritenute di appartenenza jugoslava. La scusa della vendetta contro gli abusi pre-guerra dei fascisti è stato un modo per coprire gli evidenti tentativi di espansione nazionalista di Tito. L’obiettivo di Tito era arrivare più ad ovest possibile. Non a caso i Titini prima di occupare Zagabria decidono di marciare su Trieste e di occuparla. In questo quadro, gli italiani tutti, non i fascisti, rappresentavano un ostacolo verso la slavizzazione di Istria e Dalmazia. Per raggiungere questo obiettivo, bisognava annientare in tutti i modi possibili le popolazioni italiane, che vivevano da secoli in quelle terre.

Nel suo libro raccoglie storie di testimoni e sopravvissuti, dà o presta voce agli infoibati, agli esuli in viaggio verso l`Italia, ai contro-esuli, ai rimasti. Racconta le violenze e le torture, i campi di prigionia, i campi profughi. Ci dice qual è stata la storia che intimamente l`ha colpita di più e che potrebbe dire emblematica?

Le storie dei rimasti sono le storie a cui sono più legato. I rimasti spesso, nel racconto di queste vicende, non vengono ricordati. I rimasti vengono rimossi, dimenticati. Loro hanno subito una doppia violenza: hanno scelto di rimanere minoranza nelle proprie città occupate e invase, vedendo calpestare inermi la propria identità e le proprie tradizioni e sono stati accusati dagli stessi esuli di complicità con i Titini e di tradimento. I rimasti hanno rappresentato – rappresentano in un certo senso tuttora – la resistenza di una stoica minoranza italiana fuori dai confini nazionali e dentro confini assolutamente inospitali dopo la guerra. Una signora di Fiume mi faceva riflettere su come anche solo la battaglia per la preservazione della lingua italiana fosse per i rimasti una battaglia quotidiana: “noi la battaglia per la preservazione della lingua italiana l’abbiamo combattuta ogni giorno”. In un contesto in cui, culturalmente e linguisticamente, gli italiani erano diventati ormai minoranza al cospetto di una maggioranza slava schiacciante.

In collaborazione con Simone Cristicchi, ha trasformato il suo libro in una pièce teatrale di grande impatto emotivo, Magazzino 18. Ci racconta la genesi di questo musical civile che ha fatto irrompere nei teatri italiani le foibe e l`esodo?

Simone Cristicchi era rimasto colpito dal mio libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”. Mi ha contattato ed è iniziata la nostra collaborazione che ha portato all’adattamento del testo per il teatro fino a Magazzino 18. Del Magazzino 18, deposito delle masserizie degli esuli nel porto vecchio di Trieste, parlavo già nel mio libro. E partendo da questo che oggi è un luogo della memoria, è cominciata la collaborazione con Simone. Una collaborazione non semplice, dura e stimolante per entrambi. Abbiamo tentato di approdare ad un testo teatrale equilibrato e conciso, ma comunque ricco di dettagli e articolato nella narrazione. Se racconti la storia partigiana alcune cose, alcune vicende storiche le puoi dare per scontate, perchè la storia della lotta partigiana la studi a scuola. L’obiettivo, in questo caso, l’obiettivo non semplice, era di conciliare la concisione, utile ad un prodotto culturale spendibile, ma non prescindendo da una necessità di completezza e dettaglio che un storia poco conosciuta come quella delle foibe e dell’esodo richiedeva. Abbiamo perseguito l’obiettivo di un racconto equilibrato e non di parte. Speriamo di averlo centrato questo obiettivo, scegliendo la formula dello spettacolo teatrale che ha una potenza narrativa particolare, più dei libri e di altre forme artistiche.

Magazzino 18 è diventato da poche settimane un libro, edito da Mondadori…

Sì, è diventato un libro già alla sua seconda edizione in pochi giorni. Abbiamo dovuto effettuare dei tagli rispetto allo spettacolo per ragioni di spazio. Questo libro contiene anche una folta documentazione fotografica che ho curato direttamente. Ci sono le foto dei compiti a scuola dei ragazzi, degli utensili da lavoro, si possono ricostruire intere storie, intere vite attraverso questi oggetti dimenticati per anni in questo magazzino impolverato.

Perché la storia degli italiani infoibati e dell`esodo dei 350.000 fa ancora paura? A chi fa paura? E perché lo spettacolo di Cristicchi è accompagnato da così tante resistenze e così tante polemiche, da accuse di revisionismo e di nazionalismo?

Ci aspettavamo le polemiche su questioni così delicate. Ma le prime critiche sono arrivate già prima che lo spettacolo fosse pronto. Su facebook abbiamo ricevuto i primi attacchi prima che lo spettacolo arrivasse nei teatri. Le polemiche sono cominciate prima del debutto dello spettacolo e si sono protratte fino a episodi come quello dell’occupazione del palco da parte dei centri sociali a Scandicci. Ci sono ancora minoranze rissose che interpretano la storia con la prospettiva del bianco e del nero, della distinzione ideologica fascisti/comunisti. Osare raccontare macchie nere della resistenza, non è mettere in discussione la resistenza. Chi polemizza non lo capisce. Se, dunque, revisionismo è raccontare una storia che non è mai stata raccontata, mi definisco provocatoriamente un revisionista. Ma sinceramente penso che la storia non possa essere utilizzata come una clava da opporre gli uni contro gli altri. Siamo contrari a tutte le strumentalizzazioni: per certa sinistra di foibe ed esodo non si può parlare perchè raccontare queste storie significa mettere in discussione la resistenza; per certa destra foibe ed esodo, invece, rappresentano la prova della cattiveria comunista. Nè l’una nè l’altra interpretazione, che vengono da presupposti ideologici e dogmatici, sono condivisibili.

Riuscirà Magazzino 18 a sottrarre all`oblio la storia dell`esodo giuliano-dalmata? E sopratutto riuscirà a strappare queste vicende alle strumentalizzazioni di parte e al pregiudizio ideologico?

Magazzino 18 e il nostro lavoro non penso possano scalfire l’odio ideologico. Chi polemizza non ha nessuna volontà di confrontarsi su questi argomenti, si ritiene custode di una verità storica inattaccabile. Niente può scalfire queste posizioni dogmatiche. Noi ci siamo approcciati a questa storia con la prospettiva del dubbio, della domanda, con la volontà di approfondire. Insomma con “in mano” uno strumento democraticissimo: il punto interrogativo. I nostri detrattori sono sostenitori di un’interpretazione delle storia da punto esclamativo, dogmatica e inattaccabile. Volevamo semplicemente rendere omaggio con Magazzino 18 a chi ha vissuto e subito questa tragedia. Speriamo di aver fatto piccoli passi avanti verso una più solida consapevolezza. Ci basta aver aperto gli occhi a chi questa storia non la conosceva. Ci basta aver fatto scoprire a tanti che Rovinj è anche Rovigno, Pulj è anche Pola, Kopar è anche Capodistria.

E la trasmissione di Magazzino 18 su Rai Uno, nella seconda serata del 10 febbraio, come la giudica?

Un buon contributo. Sarebbe stato meglio averlo in prima, ma meglio che niente. I dati di ascolto sono stati comunque incoraggianti e non è detto che il prossimo anno non si arrivi in prima serata.

 

VINCENZO ARENA

Annunci