Storia di Elena Sciascia, la biscegliese che patì il carcere per aver aiutato un’amica ad attraversare il muro di Berlino

In pochi sanno o ricordano la storia di Elena Sciascia, donna biscegliese vissuta nella Germania divisa dai due blocchi, testimone di libertà.

A raccontarla, aiutato anche da una ricca documentazione e da articoli che in passato si erano già occupati della storia di Elena Sciascia, suo cugino Mauro.
«Mamma mi aveva accennato qualcosa che aveva saputo dalla famiglia di mio padre, ma non avevo colto la gravità dell’accaduto -scrive Mauro Sciascia-. Poi, nel 94’-95’ mi incontrai con Elena a Sabaudia in occasione della consegna di una targa da parte dell’Associazione per l’amicizia italo-tedesca (il cui presidente era Gino Ragno, giornalista che si era occupato di tanti episodi legati al “muro di Berlino”), ebbi da lei la conferma dell’accaduto e la consapevolezza della sua drammaticità».

Raccontò perfettamente la storia Anna Minutilli in un articolo del 2008 di cui pubblichiamo ampi stralci di seguito.

«Elena Sciascia nata a Berlino nel 1935 da madre tedesca e padre italiano. Aveva lavorato dal 1935 al 1963 presso il consolato generale italiano, usufruiva di un pass e di un permesso di lavoro per tutto il territorio della Germania orientale, in cui aveva spesso lavorato come indossatrice ed interprete».

«In occasione della fiera di Lipsia, nel 1959, due anni prima della costruzione del muro -si legge ancora nell’articolo della Minutilli- Elena conobbe la signora Eva Sturm di Berlino est, la quale occupava una posizione di rilievo nell’ambito del settore tessile della Germania orientale. L’amicizia fra le due donne si consolidò negli anni, al punto che quando nel 1974 Eva decise di tentare la fuga all’ovest si rivolse proprio ad Elena, e questa si impegnò personalmente ad aiutarla. La signora Sciascia non aveva alcun contatto con gli ambienti anticomunisti e non era particolarmente interessata alla politica prima di conoscere la sua amica. Ma alla richiesta di aiuto da parte di Eva Sturm, che viveva un momento critico sul piano personale e politico. non solo non si sentì di rispondere negativamente ma si rivolse anche ad un’organizzazione che si impegnava ad organizzare le fughe dal settore orientale di Berlino. Il 14 febbraio del 1974 Elena era tranquilla».

«Attraversò il muro, cioè il confine, si recò a casa di Eva per comunicarle il punto di incontro, ma giunta a destinazione ebbe un’inaspettata sorpresa: la porta era stata sigillata, segno che Eva era stata arrestata. Capì subito che il tentativo di fuga era stato scoperto. Tornare indietro fu inutile. Giunta a pochi metri dal checkpoint Charlie (la frontiera tra i due settori della città), fu fermata da due poliziotti in borghese che le mostrarono il contrassegno della Stasi, e le chiesero con fermezza di seguirli “per un breve interrogatorio”. La Sciascia dovette mostrarle il suo passaporto italiano e salire sulla loro auto. Venne condotta nella sezione femminile del carcere preventivo della Stasi nel quartiere di Berlino-Hoheschonhausen (casa alta e bella intedesco), fu costretta a spogliarsi completamente, dovette indossare una tuta e a quel punto confessò. Venne protocollato tutto e dovette firmare ogni pagina. A Hoschenausen Elena rimase sei mesi in isolamento, non poteva né leggere né parlare con alcuno, il cibo era pessimo e perse molti chili.

Tutti i giorni veniva interrogata per tre ore dagli agenti della Stasi, ogni mattina, in modo ossessivo, ripetitivo, gli interrogatori erano condotti da una coppia di agenti che volevano sapere sempre la stessa cosa: come operava l’organizzazione a cui si era rivolta per far passare nel mondo libero la sua amica. Per tre ore le venivano puntati sul viso riflettori accecanti, mezz’ora d’aria e il resto del giorno passato sulla branda a guardare il soffitto, le fu concesso di scrivere a casa ogni tanto. Questo fino al processo, nel settembre del 1974 che fu breve (durò solo un giorno) e a porte chiuse.

Per la prima volta ritrovò Eva. Il difensore d’ufficio era lo stesso avvocato Vogel che faceva da tramite nella “vendita” di dissidenti alla Germania Ovest. Di tutti gli incartamenti processuali, Elena poté vedere solo i protocolli, ma non l’atto di accusa né la sentenza che ha potuto leggere solo dopo il suo rilascio. Con la rappresentanza diplomatica italiana non poté avere alcun contatto. Il viceconsole la cercò, ma quando infine la trovò, non poté assistere al processo.
Elena ed Eva furono entrambe condannate a sette anni e mezzo, l’una per tentata fuga, l’altra per “commercio di persone ai danni dello Stato”. Pena da scontare in due prigioni diverse.

La Sciascia finì nel carcere di Bautzen II, in Sassonia, in compagnia di ladre, prostitute e donne coinvolte in altri tentativi di fuga. Non subì alcuna violenza fisica, ma fu costretta a lavorare nove ore al giorno all’assemblaggio di pezzetti elettrici componenti di motori di ascensore e la prospettiva di passare così sette anni con un minimo compenso che le permetteva di acquistare burro, latte e salsicce. Parte del denaro non speso, guadagnato a Bautzen, in cattività, potè portarselo via, al momento del rilascio come triste ricordo… Gli anni che scontò, escluso l’isolamento, furono solo due, ma non per interessamento dell’Italia.

Fu la Repubblica federale tedesca a pagare 80mila marchi di riscatto e ad ottenere il suo rilascio. La libertà arrivò nel dicembre 1977. Ridotta a soli cinquanta chili di peso (era alta un metro e settantasette) fu colpita da un ictus subito dopo la liberazione. Poi la lenta convalescenza, il matrimonio con il tedesco Dieter Gratker e la cittadinanza tedesca. Seguì una paresi dal lato sinistro e gravi disturbi alla parola tanto che cominciò a balbettare, non riuscendo più a esprimersi in italiano e a coordinare i movimenti: questo le accadeva al mattino, segno che gli ossessionanti interrogatori ed i riflettori puntati per ore sul suo volto le avevano provocato problemi neurologici che l’avrebbero accompagnata fino alla morte avvenuta nel 2005».

Il monumento in Berlino dedicato a lei
Mauro Sciascia che come detto si era messo sulle tracce della storia riguardante sua cugina Elena, racconta ancora: «Nel novembre 2009, nel corso di una ricerca su internet relativa ad un monumento, del tutto casualmente mi comparve la citazione di un monumento ad Elena Sciascia che sarebbe stato inaugurato a Berlino entro la fine del mese. Mandai una mail all’ambasciatore italiano a Berlino che gentilmente mi rispose dicendo che se ne parlava ma non ne aveva conferma dall’amministrazione berlinese. Inviai anche una mail a Gino Ragno (l’iniziativa del monumento era sua) che mi rispose con entusiasmo da un letto d’ospedale dove era ricoverato per un intervento chirurgico; purtroppo non ne uscì vivo, lo capii dal suo successivo prolungato silenzio e ne ebbi conferma qualche tempo dopo. Cercai di contattare lo scultore romano incaricato dell’opera che ritenevo già realizzata (Benedetto Robazza) ma senza riuscirci, tentai anche di rintracciare i parenti di Gino Ragno o qualche altro componente dell’Associazione, ma all’indirizzo di quest’ultima non c’era più nulla. In quei giorni feci anche più ricerche mirate su internet, trovando del materiale interessante che ricostruisce la storia “pubblica” di Elena».

Adesso, in un momento di relativa quiete, Mauro ha ripreso in mano la cartellina con il materiale raccolto e ha scritto una paginetta con il ricordo “privato” di Elena. «Ho anche ritrovato, tra le carte di mia madre, una vecchia foto di Elena (presumo degli anni ’60)».
«Nel 2020 è scomparso anche lo scultore Benedetto Robazza, chissà se l’opera che dovrebbe essere stata realizzata (e magari anche pagata) esiste davvero e forse potrebbe essere recuperata».

A proposito dell’artista, Mauro Sciascia ci informa che è stata costituita una fondazione che porta il suo nome e in Rocca Priora (RM) è stato allestito un omonimo museo.

«Lo scopo della mia iniziativa? Fare qualcosa che possa sensibilizzare i cittadini biscegliesi e l’amministrazione comunale ad assumere la paternità di un dovuto riconoscimento (Monumento? Stele commemorativa? Intestazione di un premio?…) alla memoria di una figlia nelle cui vene, pur se nata all’estero, scorreva sangue biscegliese, e fu di esempio per tutti. Lo stato italiano la dimenticò, mentre la Germania occidentale la salvò, sia pure troppo tardi, pagando un riscatto alla Germania orientale. Ovviamente, nel mio piccolo, c’è tutta la disponibilità a collaborare nei modi e le forme opportune», conclude Mauro.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articoli correlati

Fondazione “Angelo Cesareo”, “I fantastici quattro” a Serra Petrullo (Ruvo). Sessant’anni di una mitologia fantastica

A sessant’anni dalla pubblicazione del primo albo dei Fantastici Quattro, la Fondazione “Angelo Cesareo”, onlus di Ruvo di Puglia, da venerdì 17 settembre a domenica 19 settembre, per tre giorni, promuove, a Serra Petrullo, vicina contrada premurgiana della città, nella sua ampia sede su un altopiano a circa 350 sul livello del mare, e da […]

La Giornata Europea del Patrimonio 2021. A Terlizzi Convegno/Mostra d’Arte con un Club Unesco di Bisceglie

Si terrà sabato 25 settembre a Terlizzi, negli ambienti di un’antica costruzione sotterranea adibita a deposito per la paglia e le fascine, oggi Atelier DECORARTE del Maestro d’Arte Giuseppe VALLARELLI, la prima Giornata Europea del Patrimonio 2021 organizzata dal Club per l’UNESCO di Bisceglie. Le Giornate Europee del Patrimonio (European Heritage Days) sono la più estesa […]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: