Afghanistan: l’Europa torni a parlare con la sua voce

Da bambino ascoltavo gli adulti che vociavano in alterchi frequenti, nei quali alcuni sbraitavano e minacciavano tuoni e fulmini, e quando accadeva in famiglia, udivo la mamma esclamare: “ma va la, è solo furia francese e ritirata spagnola!”.

Cosa si intendeva? La frase mi frullò in capo per molti anni, finché ne compresi il significato: con essa si faceva riferimento all’invasione della Spagna da parte di Napoleone nel 1807.
L’Imperatore francese, con le sue gloriose  armate, credeva di fare un solo boccone della Spagna, ma questa, con il Portogallo e l’aiuto degli Inglesi, dopo anni di guerra e guerriglia, riusciva a respingere i francesi e conservare la propria indipendenza.

La notizia della sconfitta francese (clamorosa per i tempi) si diffuse in tutta Europa, e soprattutto si seppe che gli spagnoli contrastavano l’esercito francese con azioni di guerriglia che irretivano l’avversario: i Francesi infatti, forti dei successi conseguiti in tutta Europa, avanzavano baldanzosi e con impeto, gli Spagnoli ripiegavano, o se la davano a gambe vistosamente, traendo in inganno l’esercito avversario che poi era in balia della guerriglia che sorprendeva le truppe smarrite.
Io penso, che il detto popolare diffuso nel meridione d’Italia, fosse il risultato della disistima che il popolo nutriva per francesi e spagnoli che in tempi diversi avevano occupato e dominato gran parte dell’Italia, sopraTtutto il nostro meridione e oggi, nello scacchiere mondiale, ben si addice agli americani, agli Yankees appunto.

Le illusioni sono evaporate dopo soli sette mesi di Casa Bianca a guida democratica. Joe Biden ieri ha rivelato i suoi reali obiettivi: “America Prima”. Il discorso del Presidente degli Stati Uniti è una cesura netta, ha l’impatto di un trauma. È una rottura clamorosa con il passato lontano e recentissimo perché Biden ha consegnato alle pagine di storia uno discorso isolazionista, che ignora l’Europa (mai citata), il sacrificio sul terreno dei paesi che aderiscono alla Nato (mai citata), un intervento duro, glaciale, ripiegato sull’esclusivo interesse americano, con la negazione netta dei principi della “costruzione della nazione”, la contraddizione plateale di quello che è stato affermato in tutti i documenti dell’Alleanza Atlantica. Tutti.

Questo ripiegamento democratico non è una sorpresa, era solo una questione di tempo. “America Prima” non è mai stato un’esclusiva di Donald Trump (George Washington nel suo famoso discorso d’addio del 1796 spiegò quale doveva essere l’impegno dell’America con le altre nazioni: “La grande regola di condotta nei confronti delle nazioni straniere per noi è estendere le nostre relazioni commerciali, avere con loro il minor legame politico possibile”), non c’era nessun tasto reset da premere per tornare indietro al tempo di una immaginaria “Pax Universalis”, vi sono alcuni fatti consolidati nella geopolitica del presente: il “serve and volley” delle nazioni in uno scenario accelerato e compresso, con soggetti interdipendenti e in forte competizione; una crescente divergenza tra i sistemi liberali (sempre più deboli e frenati dalle procedure democratiche) e autocrazie come Cina, Russia e Turchia (più rapide e efficienti nelle decisioni); l’autonomia energetica americana che ha già cambiato il perimetro dell’interesse nazionale sorvegliato da Washington; la Cina che non vuole per niente convergere con l’Occidente, ma cerca la via per sostituirlo con un nuovo ordine – lo afferma tutti i giorni – che non apre i mercati, ma li chiude con il rubinetto di una silente economia autarchica, il controllo delle materie prime strategiche dell’economia 2.0, la stretta sul settore hi-tech e la penetrazione all’estero con il cavallo di troia della Cintura e Strada; la globalizzazione che non è mai una partita “vincere-vincere”, ma un mondo di vincenti e perdenti, con squilibri crescenti anche all’interno delle stesse nazioni che ne beneficiano (tra il 2000 e il 2016 gli Stati Uniti hanno perso cinque milioni di posti nella manifattura); la guerra che si è digitalizzata e in buona parte spostata nel cyber-spazio dove la supremazia dei satelliti americani è contenuta e le connessioni rendono gli armamenti più vulnerabili, le contraddizioni delle multinazionali che si muovono in una dimensione “senza confine”, ma in un periodo storico che torna a erigere, muri, fortezze, confini. Sopra tutto questo, lo shock della pandemia e l’estrema forza del cambiamento climatico. 

Siamo solo all’inizio di una tempesta perfetta. Questo parziale elenco ci dice tutto: l’Afghanistan non è più nel quadro dell’urgenza della Casa Bianca, l’interesse degli Stati Uniti è a Oriente, si tuffa nel Pacifico, il problema si chiama Cina (e di rimbalzo il suo alleato, la Russia) e una sempre “più disfunzionante società che ha nome America” (Gordon Gekko, Wall Street). Biden ha già lo sguardo puntato sulle elezioni di a medio termine del 2022, sa che può perdere, è stretto tra le “guerre culturali” dei liberal e la necessità di non perdere il primato globale. Un dilemma strategico che può condurre alla “trappola di Tucidide”: (l’espressione richiama nel nome lo storico e militare ateniese dell’età classica greca Tucidide, il quale ipotizzò lo scoppio della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta come causato dal timore spartano per la crescente egemonia territoriale ateniese), una guerra con la Cina. 

In questo quadro, un piano di politica interna che fa da catapulta sulle scelte di politica estera, il ritiro totale dall’Afghanistan non è un fulmine a ciel sereno, Biden se l’è data letteralmente a gambe. I vent’anni della “lunga guerra” erano un peso, non un obiettivo strategico. Il problema di Biden (che ora è tutto nostro) è il come lo ha fatto e da ieri lo è anche il come lo ha detto. Perché il Presidente ha parlato agli americani, non al mondo, perché quelle parole hanno un impatto sul futuro dell’Unione europea, sempre che i leader del Vecchio Continente ne vogliano prendere atto e non preferiscano voltare lo sguardo altrove.

Le immagini di Kabul sono quelle di un fallimento, una ritirata senza onore che peserà come un macigno sulla Casa Bianca. C’erano solo due modi per compiere l’atto del ritiro: bene e male. Non ci sono dubbi sul come sia andato, male. I disperati afghani aggrappati agli aerei militari nell’aeroporto di Kabul, lo schianto di quelle anime al suolo, sono l’istantanea che resterà per sempre come una macchia sull’America e l’intero Occidente.

L’Europa deve tornare a parlare con la sua voce, non lo fa dal 1945 da quando è finita la Seconda Guerra Mondiale e da quando gli Yankees hanno riempito l’Europa di loro basi militari.

Pasquale Stipo

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