Islam, convivenza difficile senza trattati

La crescente presenza in Italia di individui che professano religioni diverse dalla cattolica, ed in particolare di fede musulmana, sta creando problemi di natura sociale che sarebbe pericoloso sottovalutare. Si registrano spesso segnali di insofferenza verso chi ostenta nell’abbigliamento o nelle pratiche religiose la sua fede, abituati come siamo ad essere osservanti della religione cattolica in maniere molto accomodanti e mai dettate dal fanatismo.   

Ma se per la Chiesa cattolica, attraverso il Concordato del 1929, successivamente modificato nel 1984, pur riaffermando i principi di laicità e di libertà di religione, è stato possibile regolare i rapporti con lo Stato italiano, in particolare sugli effetti civili del matrimonio religioso e sulle ricorrenze religiose riconosciute come festività civili, accordo che pone la religione cattolica in una posizione privilegiata rispetto ad altre con cui pur sono state raggiunte intese, non altrettanto è avvenuto finora con l’Islam.

Gli accordi concordatari sono stati un ottimo compromesso tra la volontà politica di non far nascere uno stato confessionale e le radici profondamente cristiane del popolo italiano che, sebbene sempre meno praticante, è tuttavia legato a manifestazioni religiose che sopravvivono, e sono difese, soprattutto come tradizioni o consuetudini popolari (dall’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici all’allestimento del presepe nelle scuole, e così via).

Ora le nostre tradizioni sono messe in discussione dalla presenza di credenti di altra fede che, in nome del principio di eguaglianza sancito dalla nostra costituzione, chiedono la rimozione dei simboli del cristianesimo,  la cessazione di manifestazioni a sfondo religioso nei pubblici uffici, oppure la possibilità di celebrare anche le loro ricorrenze negli stessi luoghi o il rispetto di determinati divieti sanciti dalla loro religione, come il  consumo di carne di maiale.

Pur se certe “rivendicazioni” vanno tenute in considerazione, tuttavia nell’attuale momento storico appaiono pretestuose.    I musulmani che vivono o sono residenti in Italia possono certamente pretendere il rispetto delle leggi del nostro ordinamento ma non possono trovare immediata accoglienza le loro tradizioni che, se si sono radicalizzate nei Paesi di provenienza negli anni, forse in secoli, non potranno vedere la luce in Italia se non gradualmente, nel tempo, e con la condivisione di larghi strati di popolazione.

Oggi l’Islam, con i suoi 1.700.000 praticanti e oltre 700 moschee, è la seconda religione d’Italia ma, mancando di una rappresentanza nazionale riconosciuta, non è ancora in grado di stabilire intese con lo Stato italiano. E’ questo un grave handicap in quanto rende possibile che qualunque musulmano si autoproclami “imam” e propagandi un islam radicale. La stessa Costituzione italiana (art.8) stabilisce che i rapporti delle confessioni religiose con lo Stato “sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”.   E’ questo l’obiettivo che l’Islam deve perseguire in Italia: costituire una sua rappresentanza nazionale autorizzata a concordare con lo Stato italiano le modalità ed i limiti di manifestazione della sua religione; non la pretesa di ricevere le stesse prerogative concesse alla Chiesa cattolica che vanta nell’intera Europa una presenza plurisecolare.   Senza dimenticare che nessuna religione può trovare accoglienza se non riconosce i diritti fondamentali dell’uomo dichiarati nel 1948 dalle Nazioni Unite.

                                                                                                                     Pasquale Consiglio

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