Muretti a secco zona Pantano-Ripalta, Pro Natura: subito restauro ambientale e paesaggistico

Lo scorso 28 novembre l’Unesco ha dichiarato i muretti a secco, detti anche “dry stone walling”, patrimonio dell’Umanità, definendoli come “elemento di relazione armoniosa tra l’uomo e la natura”.

Questo riconoscimento assume particolare importanza per tutti i Paesi che, come l’Italia (pensando in grande) e come Bisceglie (ragionando in piccolo), ne sono particolarmente caratterizzati. Tuttavia, gran parte dei muretti a secco della nostra città si mostrano in condizioni inaccettabili rispetto alla loro effettiva importanza: la costa sud ne è l’esempio più sconcertante. Basterebbe farsi una passeggiata per rendersi conto dello stato di incuria ed abbandono, della mancata consapevolezza di ciò che abbiamo e del suo valore.

LA NOSTRA ARCHITETTURA RURALE

Le strutture architettoniche rurali traggono origine dal contesto di quella cultura contadina tradizionalmente povera: per realizzarle lavorava manodopera non specializzata che faceva uso di materiali essenziali. Elemento comune delle costruzioni rustiche denominate pagliari (pagghiarë), casine (casedde) e trulli era la chianca, pietra utilizzata sin dalla preistoria per i manufatti litici. Come i muretti a secco, sono stati realizzati con pietra locale squadrata senza alcun uso di calce o cemento.

Nel nostro scenario paesaggistico, i muretti a secco rappresentano l’elemento preponderante di cui se ne sminuisce spesso l’importanza, pur essendo rintracciabile in quasi tutte le tradizioni culturali del passato. Esso si presenta con un’architettura apparentemente elementare che si sviluppa mediante la sovrapposizione “ordinata” di pietre senza l’utilizzo di alcun legante (come malta o cemento): si parla di disposizione “ordinata” giacché tali pietre vengono poste l’una sull’altra in modo tale da garantirne la necessaria stabilità. Questa loro prerogativa permette alle acque meteoriche d’uscire dai campi e di confluire verso le cisterne o i pozzi. I primi muretti risalgono al periodo bizantino e fino al XVI secolo attestavano il possesso temporaneo di un suolo demaniale per adibirlo ad una particolare coltura per cui, esaurito tale processo, dovevano essere demoliti. Successivamente furono utilizzati per perimetrare le superfici destinate all’allevamento degli animali (corti, cortaglie, jazzi) o proteggere i campi coltivati dalle greggi vaganti e dalla brezza marina. Non a caso le strutture a secco più imponenti si ritrovano a ridosso della fascia costiera di levante e probabilmente servirono come scudo di difesa durante la seconda guerra mondiale.

 

 

LA BIODIVERSITÀ

Tra le pietre dei trulli e dei muretti a secco si rifugiano piccoli animali o attecchiscono diverse piante che costituiscono la vegetazione spontanea del luogo. La vicinanza dei muretti ai campi coltivati permette un continuo flusso di geni tra specie selvatiche e coltivate; ciò significa che queste strutture offrono la possibilità alle specie selvatiche di trovare delle vere oasi per riprodursi ed evolversi geneticamente anche nel presente. Il vegetale “selvatico”, pur possedendo affinità con la specie coltivata, è una pianta che si è diversificata geneticamente nel corso degli anni, costituendo una specie a se stante, a differenza della specie “inselvatichita”, che deriva dal seme comunemente usato nelle piantagioni ed è cresciuta  spontaneamente, senza la cura dell’uomo. Questo è uno dei principi della biodiversità, ossia la capacità degli organismi di mutare nel tempo e diversificarsi tra loro. Esempio di specie spontanee provenienti da piante coltivate sono il perastro e l’olivastro, che derivano rispettivamente dall’olivo e dal pero.

DAL PASSATO AL PRESENTE

I nostri antenati ci hanno tramandato il loro impegno, la loro volontà, la loro storia che le costruzioni rurali rappresentano. L’importanza dei muretti a secco viene spesso sminuita e questo accade probabilmente perché siamo “abituati” alla loro presenza, senza renderci conto di quanto siano identificativi ed importanti per il nostro paesaggio. Ogni muretto è un piccolo ecosistema in quanto casa di una microfauna ricca di piccoli rettili, insetti ed anfibi che agiscono in sinergia con l’agricoltura, contribuendo al mantenimento di un ambiente privo di parassiti. Inoltre, grazie alla vegetazione spontanea che cresce tra le pietre e a ridosso dei muretti, viene a crearsi un microclima specifico per le piante mediterranee, che permette loro di affrontare il periodo estivo, grazie ad una maggiore disponibilità idrica. E questo particolare microclima contribuisce, inoltre, alla lotta contro la desertificazione e la salificazione del terreno.

SALVIAMO IL PAESAGGIO DELLA ZONA PANTANO RIPALTA

Basterebbe passeggiare soltanto per un brevissimo tratto sulla malandata “EX” pista ciclabile (oramai distrutta in quanto priva di manutenzione e sorveglianza) che conduce alle Grotte di Ripalta per apprezzare la bellezza del paesaggio costiero: è mai possibile che tale ricchezza risieda in uno stato di deplorevole abbandono? È davvero così difficile preservare l’identità della nostra cultura contadina? In questa zona sono visibili ruderi di architettura rurale ridotti a mucchi di pietre, nascosti dalla vegetazione dei fichi d’india, dei rovi o degli olivi che disegnano intorno alle rovine un quadro suggestivo e malinconico. Anche i muri a secco recentemente restaurati sono malamente crollati, impedendo il passaggio pedonale dei fruitori della zona.

Che fare? Diciamo basta a progetti “SPOT” che non coinvolgono Pro Natura. Riteniamo che sia necessario catalogare e censire questo patrimonio al fine di tutelarlo e restituirlo alla popolazione biscegliese, finanziando progetti di restauro ambientale e paesaggistico. Ma soprattutto si deve lottare e vincere contro l’indifferenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

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