«Esaminando i campioni di sangue di 25 pazienti con COVID-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, un team di ricerca australiano guidato da scienziati dell’Università Monash ha rilevato cellule immunitarie di “memoria” a 8 mesi di distanza dalla comparsa dei sintomi. La protezione potrebbe durare anche per anni.
Queste affermazioni sono conformi alle esperienze scientifiche mediche che evidenziano che il nostro organismo non dimentica la malattia. Le malattie virali, per restare in tema, vengono fronteggiate dal nostro organismo in vario modo, ma le armi più raffinate che è in grado di produrre sono le cellule bianche chiamate linfociti. Si tratta in realtà di una famiglia con varie cellule e varie specialità di azione che mettono in atto. Per semplificare un linfocita detto T e capace di eliminare il virus e viene informato dell’invasione in corso per mezzo di vari sistemi, ma il più famoso sono le gamma globuline che vengono prodotte da altri linfociti detti B. Quando il pericolo è passato e il virus è annientato,ovviamente nel sangue non si trovano facilmente nè cellule T che uccidono il virus e si possono non trovare le gamma globuline, cioè gli anticorpi, ma le cellule che le hanno prodotte non scompaiono e ricorderanno molto a lungo il nemico che ci ha assalito e, quindi, in caso di bisogno ritorneranno a produrre le gamma globuline ovvero gli anticorpi e la difesa ricomincerà».
Lo scrive in un post su Facebook il dott. Tommaso Fontana.