Annalisa Minetti e il suo “Karol”

Artista e atleta, testimone del valore della vita, Annalisa Minetti è profondamente devota a Giovanni Paolo II. Per questo per i cento anni dalla sua nascita ha inciso il singolo “Karol” scritto con Dariusz Bednarski e Ignazio Marcia. Il brano contribuisce alle opere benefiche organizzate dall’Associazione Giovanni Paolo II.
In attesa di ricevere il Riconoscimento si racconta in una intervista rivolta soprattutto ai più giovani.
L’associazione pugliese aspettava di premiarla già anni fa, un incontro che per vari motivi non si è potuto concretizzare. Poi è arrivata la sua canzone “Karol” come un dono voluto proprio da Giovanni Paolo II nel centenario dalla sua nascita. E adesso non vediamo l’ora che lei sia in Puglia. 
Sono davvero felice! Forse tutto era scritto: il Riconoscimento, il brano, tutto nell’anno del centenario. Karol Wojtyla è per me una presenza costante, un reale padre, non soltanto il Papa o il Santo. Per questo ricevere il Premio è un motivo di grande gioia, soprattutto per i valori che prova a diffondere. Sapere poi che la canzone “Karol” avrà un posticino al museo che in Polonia rappresenta un punto di riferimento per la storia di Giovanni Paolo II è un grande orgoglio.
Come nasce il brano “Karol”?
“Karol” è un regalo per i cento anni dalla nascita di Papa Giovanni Paolo II. Inizialmente con gli altri autori pensavamo di fare una canzone che richiamasse questo compleanno importante, invece poi con Dariusz Bednarski è venuta fuori una vera e propria preghiera frutto della nostra comune passione per il papa santo, un brano melodico che arriva al cuore. È come se parlassi direttamente a lui. E mi emoziono ogni volta che la canto.
Ha conosciuto il Papa in più di un’occasione: quale il suo ricordo?
La prima volta avevo appena vinto Sanremo. In una udienza privata ho conosciuto un uomo, una persona ironica che mi ha insegnato a usare l’autoironia per affrontare meglio i disagi legati alla mia disabilità. Di quella occasione serbo un ricordo particolare che non ho mai reso pubblico, ma a voi lo racconto volentieri. Mi avevano detto che potevo portare delle foto di persone che volevo affidare alle preghiere del santo padre. Portai così la foto di mio fratello che ha un ritardo cognitivo. Gliela porsi e senza aprirla lui mi disse: “Non ti preoccupare per tuo fratello prego io”. Ci commuovemmo entrambi. Poi si avvicinò alla mia guancia. A un certo punto toccandomi il capo mi disse: “ma ti hanno anche operata in testa?” Io in quel periodo avevo le extension cucite su una treccia. Così gli spiegai che si trattava di una applicazione estetica. Allora lui cominciò a ridere e mi disse: “adesso saprò cosa sono le extension!”. Papa Giovanni Paolo II era questo. Era uno che passava tra i ragazzi in carrozzina e diceva: “ah, motorizzati anche voi, eh?”. Mi ha insegnato che l’autoironia, rendere un difetto o un limite una cosa normale su cui ridere, poteva essere un’arma vincente. E così è stato. Adesso mi prendo in giro. Vedo che chi è accanto a me si allarma, ma poi faccio delle battute e il clima si distende.
A 18 anni le viene diagnosticata la retinite pigmentosa. Nel 2001 decide di dedicarsi allo sport con l’atletica leggera. Cosa significa per lei correre?
Correre per me è una missione, è la capacità di elaborare il messaggio di Dio ogni giorno, mettermi alla prova superando i miei limiti e sentire che le mie gambe possono vedere per me.
Sempre attiva nel sociale e a favore di chi è in difficoltà, ha recentemente aderito a “We Run Together”, l’asta in favore del personale degli ospedali di Bergamo e di Brescia duramente colpiti dall’emergenza coronavirus. Cosa ha donato e perché?
Ho donato il rosario che ricevuto in dono dalle Suore di Madre Teresa di Calcutta. Molto più di un oggetto. Mi affido alla Madonna ogni volta che corro e quel rosario ha significato molto per me. La prima volta l’ho indossato alle Olimpiadi. In realtà non potevo portarlo in campo. Quando mi è stato detto che non avrei potuto ho insistito dicendo che senza non avrei partecipato. Riuscì a essere convincente. Lo nascosi nel corpetto. Andava a tempo con i miei battiti. Vinsi e da allora si sono susseguiti tanti altri successi atletici. Quel rosario mi faceva sentire forte. Per questo ho deciso di metterlo all’asta: affinché trovi forza anche chi lo acquisterà per una causa lodevole. Ho pianto quando l’ho dato via, ma l’ho fatto col cuore.Artista, atleta, ma anche mamma.
Come riesce a conciliare le sue attività con la famiglia?
Io sono sempre mamma: quando canto e quando corro. Direi che sono soprattutto mamma. Ho la volontà di trasferire alla mia famiglia ciò che la mia famiglia dona a me: gioia, amore, tenacia. La maggior parte del tempo è dedicata a loro e quando lavoro riesco a organizzarmi affinché io ci sia comunque.
A Bisceglie e a San Ferdinando incontrerà gli studenti impegnati nell’annuale concorso legato al Riconoscimento. Cosa abbiamo necessità di testimoniare ai più giovani e di cosa realmente loro hanno bisogno?
In questo momento storico i nostri ragazzi non hanno grandi chance, sebbene apparentemente ne abbiano tante. Le alternative che offriamo loro sono legate a un mondo scostante, troppo liquido, spesso disorientante. Noi adulti pretendiamo che ci facciano felici, invece dovremmo offrire loro gli strumenti per essere felici. Le attività con gli studenti che promuove l’associazione Giovanni Paolo II sono di tutela per una generazione che ha bisogno di relazionarsi, di riscoprire il contatto e la condivisione. Trovare il metodo per aiutare i più giovani a riscoprirsi coraggiosi di valorizzare ogni giorno il dono della vita è l’obiettivo che noi grandi dobbiamo porci. Il messaggio che sento di dare ai ragazzi è un messaggio di forza e resilienza, affinché diventino il loro stile di vita. “Non abbiate paura di cadere”, diceva Wojtyla. E io rilancio: lasciatevi cadere perché non sono le cadute a determinare la felicità ma la capacità di rialzarsi.

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